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ABE

Ricchi e poveri di Avellino. I caracciolo, il principato, le prime famiglie della piazza Nata

Ricchi e poveri di Avellino. I caracciolo, il principato, le prime famiglie della piazza Nata

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 164

Il primo principe fu Marino Caracciolo. Seguì Camillo Principe II successore di tutti gli stati paterni, il quale divenne ancora gran Cancelliero del Regno, e cavaliero del Toson d'oro. Hebbe tre mogli, la prima, Roberta Carrafa figlia del Duca di Mataloni; la seconda, Beatrice Orsina figlia del Conte di Muro; e la terza Donna Dorotea Acquaviva d'Aragona figlia del Duca d'Atri, con le quali generò molti figli, e essendo morto in Lombardia, mentre era Capitano generale della cavalleria napoletana, e che governava tutto il regio essercito, gli successe". I Caracciolo divennero forti e potenti, i signori più importanti del Regno dopo i Sanseverino. Furono a capo della Marina e della Massoneria, amarono il mare e la montagna, costruirono case e chiese, molto liberali rispetto agli altri, avendo ricoperto molti di loro il titolo di ministro plenipotenziario a Vienna durante il viceregno austriaco. "Nell'uscita di questa città verso Puglia sta posto il suo antico Castello, che dal Principe Camillo Caracciolo, è stato abellito, e magnificato, à pie' del quale si vede il Parco per la caccia di cervi, e altri animali, e un giardino abbondante di gran quantità d'acque fatte dal medesimo Prencipe venire per acquedotti da diverse lontane parti, ove in diverse maniere compartite si veggono formare varie fontane, che con belli, e ingegnosi artificij mandano fuori continuamente copiosissime acque non senza diletto, e meraviglia insieme di chi le mira, e vi è la seguente iscrittione nella Porta del detto giardino": Mulcendo per pacis Blanditias Marte Exercendaque per ludicra Martiis Pace Naturae, artisque ad oblectandum Certamina, In Amplissimo hoc Viridarij Theatro Sibi, suisque, Indigenisque, & addensi Paravit Martis delicum Pacis Praesidium. Camillus Caractiolus Abellini Princeps. § - Marino alza mura fra 2 Porte: Puglia e Napoli Il III Principe Marino Caracciolo figlio del II Principe Camillo e di Roberta Carrafa che "l'havea generato, il quale è terzo Prencipe d'Avellino, e medesimamente Duca della Tripalda, Marchese di Sanseverino, conte di Galeratu, e della Torella, signor dello stato di Serino e delle baronie di Capriglia e Lancusi, gran Cancelliero del Regno e cavaliero del Toson d'oro, e capitano di gente d'Arme. Il Principe Marino ebben due mogli, "la prima fu Lesa Aldobrandina, nipote, che fu di Clemente VIII sommo pontefice e sorella di Margherita Duchessa di Parma, e Piacenza, con la quale havendo generati alcuni figli morirono nella tenera età insieme con la madre. Dopo la cui morte si è casato il Principe Marino la seconda volta con Don Francesca d'Avalos d'Aragonia figlia del Marchese di Piscaria, e del Vasto, con la quale hà generato Carlo Camillo Duca della Tripalda suo primogenito". Avellino, venne "accresciuta di nuovi edificij tanto publici, quanto privati, e in particolare la rinchiusi i Borghi di essa, facendovi magnifiche porte, l'una dalla parte, che si va in Napoli, e l'altra alla strada di Puglia, nelle quali porte sono le sequenti inscrittioni: à quella ch'è nella porta della parte di Napoli si legge. Marinus Caracciolus Abellini Princeps III Explicatis latè minibus Inclitusq; suburbijs Urbem laxius Cives tutius Advenas laetius Omnes habuit munificentius Anno Salutis 1620 E nella Porta di Puglia. Marinus Caracciolus Abellini Princeps III Frugi liberalitate, Domicilia de suo sirvit Virginibus in dotem duit Urbem amplat Civem duplat Cascum, & recens, Portit morisq; clatrhat Sibi foeneranus, ac fuis Tum Vos à posteris Augere largitate Ditionem. Anno Domini M.DC.XX
44,00

Il ducato e Napoli medievale, le origini di una grande capitale

Il ducato e Napoli medievale, le origini di una grande capitale

Antonio Vito Boccia, Gennaro De Crescenzo

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 128

Questo testo intende rappresentare un primo tentativo di ricostruzione complessiva dell'ormai dimenticato periodo alto-medievale, vissuto dalla città di Napoli. Forse per le obiettive difficoltà di reperire fonti, noi oggi ci troviamo di fronte a un autentico paradosso: conosciamo di fatti la storia della Napoli greca e di quella romana, ma sul cosiddetto "ducato di Napoli" (definizione che utilizzeremo solo per esigenze di sintesi e semplificazione) - peraltro un periodo complesso e lungo oltre seicento anni (VI-XII secolo) - le ricerche e gli approfondimenti sono sempre stati limitatissimi. Ad esempio, se nel passato (magari per la storia della Napoli borbonica) la storiografia ha spesso utilizzato la categoria della "damnatio memoriae", per quella del ducato napoletano sono molto evidenti alcuni elementi ulteriori, come la scarsa presenza di fonti documentarie di secondo grado, unita all'assenza quasi totale di tracce archivistiche (scarsissime quelle archeologiche). Se non deriva da tali obiettive difficoltà, la curiosa dimenticanza di un periodo storico così importante potrebbe essere conseguenza di una precisa scelta… Tutto questo potrebbe essere legato ad una scelta, prima culturale e poi sostanzialmente politica: è qui che si inserisce quel dibattito che si accese, all'indomani dell'unificazione italiana, fra i sostenitori di una cultura italiana e internazionale, e quelli che sostenevano, invece, la necessità di una cultura ancora "napoletana" (nel senso più ampio del termine, associandola cioè all'idea di una nazione napoletana/meridionale). Da un lato, in realtà, c'erano l'identità, le radici e l'orgoglio: con una storia che partiva dalle remote origini greche della città che, con una sua continuità e una sua coerenza, arrivava fino ai Borbone; e, dall'altro, le tesi post unitarie di chi riteneva inutile, dannoso e superato lo studio di quel percorso, per fare spazio a nuove storie, a nuove radici e nuove identità.
20,00

Abecedario di Colle Sannita. Famiglie e ricerche genealogiche sul 1700

Abecedario di Colle Sannita. Famiglie e ricerche genealogiche sul 1700

Fabio Paolucci

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 144

Fino al 1861 Colle era in distretto di Bovino di Foggia (FG) con le le strade, le chiese, i conventi, i preti, le monache, i frati dei luoghi del 1700: Piazza Pubblica, Porta di Rago, Casaleno delli Zingari, Casale, Portiello, Sopra San Giorgio, Dentro la Terra, Fontanova, Alla Nunciata, Porta quassù, Li Tufi. "Si ringrazia Angelo D'Emilia detto Linetto, Presidente dell'Associazione Culturale "Colle Sannita", per aver provveduto alla fotoriproduzione presso l'Archivio di Stato di Napoli degli otto volumi del Catasto Onciario di Colle Sannita, permettendo in tal modo il "ritorno in patria" di questo preziosissimo documento del nostro amatissimo paese. A Linetto va anche il ringraziamento particolare per aver seguito con attenzione tutte le fasi della realizzazione della presente opera, cimentandosi in prima persona nella ricerca sui fondi documentari dell'Archivio Parrocchiale di San Giorgio Martire di Colle Sannita e fornendo informazioni storiche preziosissime su personaggi e famiglie collesi, nonché sulle antiche strade del paese. Un ulteriore ringraziamento è rivolto a Giuseppe Martuccio di Colle Sannita, per aver partecipato insieme a Linetto alle fasi di indagine storica sui fondi archivistici collesi. Si ringrazia, infine, l'Associazione "Terrae Collis", di cui mi onoro essere vicepresidente, per il sostegno morale e l'incoraggiamento a proseguire gli studi archivistici sulla meravigliosa storia del nostro borgo d'origine. Il logo dell'Associazione Culturale "Colle Sannita" e la riproduzione dell'antico sigillo di copertina sono opera di Stefano Vannozzi di Cercemaggiore (Cb). L'immagine in copertina è una fotografia della piazza centrale di Colle Sannita, oggi dedicata a Giuseppe Flora padre dell'illustre letterato Francesco, risalente ai primi anni del Novecento. Dedico questo mio modesto lavoro alla mia terra, che porto sempre nel cuore!" (l'autore)
44,00

Lo scoppio di Pozzuoli. Tripergola e S. Spirito inghiottiti dal monte nuovo. 1538

Lo scoppio di Pozzuoli. Tripergola e S. Spirito inghiottiti dal monte nuovo. 1538

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 146

Il terremoto che colpirà Pozzuoli, in realtà, aveva già dato i primi segnali, delle avvisaglie, la mattina del Sabato Santo, in quel di Napoli, come raccontano i cronisti. «Hora venendo l'anno 1538, et appripinquata la primavera stando le brigate la matina del sabato santo à gl'offici divini, et li sacerdoti legendo le profetie, venne all'improvviso un tal terremoto che sì per far cadere le chiese, e l'altri edifici, però che fu validissimo, et estraordinario. E e durò assai talché lasciati l'officio divini tutti spaventati se ne uscirno fuora de le chiese, e fu pericolo, che molti premendo l'uni à l'altro per la fretta non s'affocassero alle porte nell'uscire. Il che da savij fu per presago de futuri mali interpretati, onde le brigate remasero sbigottitei, e di mala voglia. Ne questo solo terremoto fu quello anno, perciò che venendo l'estate continui terremoti travagliorno Napoli, e Pozzuoli cossì lo giorno, come la notte, e massime nell'intrar del'autunno, in modo che molti per tema, che le case non cadessero a loro à dosso, dormivano per le piaze, e ne li campi. Ma come il sole entrò ne la libra, li terremoti furno più spessi e finalmente la sera precedente alla Festa di San Michele Arcangelo, e per dir meglio di San Gennaro, verso le due ore di notte, se sentì un valido terremoto, al quale seguì un gran tuono, come de molte bombarde sparate insieme, ne sapendi che rumore fusse quello, uscirono a le piazze le genti domandando l'un l'altro che cosa fusse. Ma non sterro molto in questo dubio, che furno chiariti da poveri pezzolani, che con le loro dobbe e figlioli a Napoli se ne fugivano, ma d'una continua pioggia de cenere, che fu tutta quella notte, e s'intese come sopra il Lago Lucrino, che Trepergola se dice, un tempo, era emersa una voragine, che haveva sollevata la terra a guisa d'un colle in alto e dindi apertasi, di sopra, haveva fatto quel tronitro, con haver mandato fuori fiamme di foco, e calliginosi nubbli di cenere, e pietre arse, e ch'il mare di quel lido s'era per molti passi retirato a dietro, perche quel spirito vehemente, e solfureo, che haveva tanto tempo scossa la terra passando per li luoghi cavernosi, bituminosi, e sulfure sotto la terra, e fatto perciò potente, et impetuoso, non havendo esito tale, che havesse possuto senza far altro molini esalare, ansò la terra in alto, e fe quella voragine, mandando fuori con eimpiti, sassi, fiamme, cenere, e caligine, che à guisa d'un gran arco celeste miccante de fiamme e faville s'alsava denso, e caliginoso, e volava per l'aria con continuo corso verso Levante.». Osservarlo e ascoltarlo, già la prima volta, fu un tutt'uno e conseguenza del fatto rivelatorio. Un fluire incandescente di pensieri, sillabe, frasi e parole il manifestarsi del logos; come immaginavo avvenisse sotto i portici dell'Accademia di Atene. Presentazione di Gianni Race. Introduzione di Andreana Illiano.
39,00

Ferrante Sanseverino. Principe ribelle. Princeps salernitanis. Volume Vol. 1

Ferrante Sanseverino. Principe ribelle. Princeps salernitanis. Volume Vol. 1

Arturo Bascetta, Anna Maria Barbato

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 146

Il suo nome è in tutte le cronache del Medioevo. Visse il meglio dell'epoca, fra lusso, sfarzo e corti europee. Conobbe belle donne, cavalieri e uomini d'onore, ma la sua vita fu senza dubbia dettata dalla voglia di esistere e di sfidare continuamente le menti ottuse. Nacque orfano per vicende familiari di cattiva politica, perché fu praticamente abbandonato dalla madre - «utilizzata» dalla casa regnante per matrimoni di interesse -, alla quale deve il doppio cognome dei Sanseverino della Casa d'Aragona. Crebbe perciò con gli zii di Paestum e subito si innamorò di una bimba, Isabella, l'unica con cui giocare, scherzare, crescere. Fu senza dubbio il più giovane e ricco principino del tempo, finendo per sposare quella pupa, figlia del padrino e tutore, e divenendo presto titolare di tutti i feudi del defunto genitore, su cui si riprese la patria potestà, perduta per confisca. Il seme materno degli Aragonesi non mutò quindi la linea di sangue nell'erede della dinastia normanna padrona del Sud, invidiata e odiata dai potenti, ma amata dal popolo. Il suo impegno nella difesa delle città del Principato dagli attacchi turchi, così in battaglia, quando fu chiamato a servire l'Imperatore, fanno di Don Ferrante un fedele servitore della patria, presente tanto alla incoronazione di Carlo V, quanto nella guerra d'Africa. Ma la vita di un ribelle «ereditario», ricco o povero che sia, è complicata da vivere e da spiegare, preferendo egli costruire una sua corte letteraria, circondandosi di governatori-poeti, come il Tasso, e di professori trasferiti dall'università di Napoli a Salerno. Fu moderno e fluido nei sentimenti, Don Ferrante, anche quando l'Imperatore fece la corte alla sua amata, e l'istinto lascivo dell'amore lo tenne lontano dalla consorte. All'epoca Napoli subì una violenta repressione che deputati e storici filo governativi hanno tentato di nascondere davanti al tribunale della storia, mentre il suo Principe, il cavaliere più amato del Regno, finiva trattenuto dal suo Re, come un prigioniero inerme, diseredato ancora una volta, e esiliato in Francia, finendo a Costantinopoli, accolto nell'harem del Gran Turco.
39,00

Il marchesato di Atripalda, lo stato di Costantino Castriota Scanderbg: traduzioni edite e inedite da Eliseo Danza da Montefusco e Nicolò Franco Beneventano

Il marchesato di Atripalda, lo stato di Costantino Castriota Scanderbg: traduzioni edite e inedite da Eliseo Danza da Montefusco e Nicolò Franco Beneventano

Virgilio Iandiorio

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 132

Ho suddiviso questo lavoro in due parti: 1) la lode della città di Atripalda, fatta dall'avvocato Eliseo Danza nella prima metà del XVII secolo; 2) le lettere di Nicolò Franco indirizzate, nella prima metà del XVI sec., a Costantino Castriota, marchese di Atripalda, a testimonianza degli interessi culturali che coinvolgono non solo quella nobile famiglia, ma anche la città. Nell'una e nell'altra parte, l'attenzione è rivolta alla città sul fiume Sabato. La sorte non fu benevola con i Castriota di Atripalda, perché nello spazio di mezzo secolo finirono tutti i discendenti. Le lettere di Nicolò Franco, ci restituiscono un personaggio che fece parlare di sé nella difesa di Malta dai Turchi; non solo, ma anche per i suoi interessi letterari testimoniati dalle sue pubblicazioni. Cinque secoli fa, il poeta e scrittore beneventano Nicolò Franco, per intingere la sua penna nella satira contro famiglie potenti del suo tempo, finì non in tribunale ma sulla forca a Roma per oltraggiose offese. Nel suo Epistolario, raccolta di lettere su vari argomenti indirizzate a personaggi noti e meno noti, un genere letterario molto in voga nel secolo XVI, l'autore beneventano ne scrive una indirizzata alla Lucerna, la lampada ad olio, con la preghiera di illuminare la sua esistenza con la luce della sapienza e della verità:" Deh cara lucerna mia, se iniquo vento non spiri mai contrario a la tua luce, e se con la vista ci sia concesso da i fati sormontare al cielo, al pari del più rilucente occhio, che tiene il giorno". Ma dove leggeva Scipione Bella Bona la perorazione di Eliseo Danza pro Atripalda città? Andavo ripetendo tra me e me, mentre sfogliavo i tomi del Tractatus (1) del Danza. Perché nei Ragguagli della città di Avellino (2), il Bella Bona ribatte punto per punto le tesi pro-Atripalda dell'avvocato di Montefusco, come se le avesse lì sotto gli occhi. Si tratta di una confutazione, ma molto garbata, che il Bella Bona scrive sull'attribuzione, per lui non dovuta, ad Atripalda del titolo di città. Questo titolo, come si sa, non l'hanno tutti i paesi, anche se oggi, quando lo usi in maniera impropria, nessuno ti viene a rimproverare. Ai giorni nostri siamo tutti caballeros. Eppure in un passato non molto lontano, c'era una gerarchia di titoli per classificare i nuclei abitati; e il titolo di città nel Regno di Napoli potevano vantarlo pochi di essi. E gli altri erano Terre, Castra, Oppida, Casali, Ville. Secondo il frate avellinese, Atripalda non poteva essere considerata città perché non ne aveva i titoli. E chiama in causa il suo comprovinciale e contemporaneo Eliseo Danza, stimato studioso del diritto e validissimo avvocato, che aveva espresso in una sua opera parere diverso. Ma non riuscivo a trovare in quale dei tre tomi del Tractatus il Danza aveva esposto queste sue valutazioni.
25,00

Eresie a Napoli post inquisizione: il figlio del re per giudice nelle Camere della Rota (1547-571)

Eresie a Napoli post inquisizione: il figlio del re per giudice nelle Camere della Rota (1547-571)

Arturo Bascetta

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 132

Il terzo manoscritto: aggiunte e pasquini nell'istoria La vera chicca della III parte della cronaca della Historia del Castaldo con le aggiunge dell'Anonimo copista è sicuramente una figura sconosciuta agli storici che d'improvviso si intrufola nel Tribunale della Vicaria e gestisce alcuni casi penali in maniera autonoma sotto gli occhi increduli di cancellieri, giudici e reggente. È Ugedo, figlio «insano» di Filippo II, prossimo erede di Carlo V Imperatore, che la storiografia scorge lontano da Napoli, ma che in realtà le cronache di questo fantastico diario lo pongono fra i protagonisti della vita giudiziaria della capitale del Regno. Segue un'altra figura eccezionale, che già conosciamo, del fluido Principe di Salerno, il quale, con la sua modernità alla francese sfida tutto e tutti, raggirando anche i più scettici col «falso» parto della Principessa Isabella, per evitare la confisca dei beni ereditari. Sanseverino arriva a farsi beffa del Viceré, ma la coppia più amata del Regno pagherà con la vita l'essere stata ricca, felice e ammirata dal popolo, proprio per invidia di Toledo, non solo aggrappato al potere, ma sempre più spietato e vendicativo. L'attentato, la fuga, l'esilio, i dispetti: sono descrizioni che solo chi aveva vissuto da protagonista poteva fare all'abile scrittore che ce le tramanda, arrivando a descrivere il suo padrone alla corte dei nemici. E' un Sanseverino leggiadro, quasi di facili costumi ma anche dalla brillante intelligenza, pronto a sfidare Viceré e Imperatore, a stringersi alla corte del Re di Francia, a seguire il Solimano fino a Costantinopoli, e a dormire a lungo nell'harem del Gran Turco. Don Pedro sarà spietato nei suoi riguardi, volgendogli contro l'esercito per catturarlo, i giudici per la confisca dei beni e lo stesso popolo, facendolo dichiarare disertore e fuggitivo, traditore, lascivo e bisessuale. Ma anche il Viceré deve fare i conti con il fine vita, dopo una esistenza nel lusso e nel comando, perdendo senno e dignità al solo pensiero di essere stato mandato, dal suo Imperatore, a combattere Siena, benché malaticcio e innamorato. Torna Firenze nella storia di Napoli, con altre pagine di cronaca sulla Duchessa e su Pietro Strozzi, mentre «l'inconsapevole» Principe di Salerno, sulla via del tramonto anch'egli, ha aperto ormai le porte dei suoi ex stati all'invasore Turco. Lo sbarco del Pascià avviene a Massa e Sorrento, e lo stazionamento a Procida, mentre Carlo V saluta questo mondo e il figlio Filippo II che succede a Re di Napoli. Una sequela di Viceré e luogotenenti si fa strada sul trono, dove Ugeda, figlio storpio del nuovo sovrano, legalizza una «banale» tangente per favorire un vecchio procidano che lo intenerisce. È l'ultimo atto di questa terza parte dell'Historia che si conclude con un profilo sui governatori della Città, pronti a far applicare le prammatiche della giustizia. Non parlano più di «inquisizione», ma la parola d'ordine resta l'«eresia», quella che vede cadere molte teste, una dopo l'altra, mentre la Vicaria si fa bella con la stanza della Tortura e la stanza della Rota. Sabato Cuttrera
39,00

29. San Martino valle Caudina, e i 29 oppidi papalini rifondati nel 1348

29. San Martino valle Caudina, e i 29 oppidi papalini rifondati nel 1348

Arturo Bascetta, Claudio Rovito

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 134

Prima di ogni altra ipotesi che accomuna i paesi della Valle Caudina con quelli della Valle di Campobasso sarà preferibile analizzare meglio i toponimi. Non a caso il Catalogo dei Baroni, retrodatato al 1096, parla di una Valle Gauda e di una Valle Gaudina in un altro luogo del medesimo territorio. Moltre sciocchezze infatti potrebbero cadere studiando meglio la rivoluzione migratoria avvenuta dopo il sisma, la peste e l'invasione ungherese del 1348, quando molti paesi vennero ricostruiti e ben 29 furono proprio quelli del Partenio, come risulta da una bolla del 1348, quando l'inviato del papa di Avignore, Bernardo Deucio, rifondò l'arcidiocesi di Benevento e questi 29 paesi che non estevano più nei luoghi originari e furono riedificati dove li vediamo, da Montesarchio a Sant'Angelo a Scala. In primis Castrum Pontis inhabitatum, et inde ascendere Castrum Casaldoni, Castrum Campi lattari, Castrum montis Leonis, Castrum Sancti Severi, Castrum Fragneti Monfortis, Castrum Fragneti Abbatis, Castrum Sancti Georgii Molendinaria, Castrum Sancti Andreae de Molinaria, Castrum petrae maioris, Castrum Paduli cum suo suburbio, sive Casali Sancti Archangeli, Castrum montis mali, Casale Templani, Castrum Apicii cum casalibus, Castrum Moroni, Castrum Venticani, Castrum montis Militum, Castrum montis aperti, Castrum montis Fuscoli cum casalibus, Castrum Tufii, Castrum Altavillae, Castrum Cepalloni, Castrum Petrae Strumierae, Castrum S. Martini, Castrum Cervinariae, Castrum montis Sarveli, Castrum Tocci cum casalibus, Castrum Torregusii, cum casali Popisii et aliis casalibus. Volumus itaque etc. Datum Avenione septimô Kalendes Iunilannô nonô, salutis autem 1350. Sicque territorium Beneventanum erat amplum; nunc autem ab Hispanis valde suit imminutum: complectiturque tantum in praesentia Castra S. Angli de Cupola, Mottam, Panellam, Montem Orsi, Maccolum, Sciarram, Pastenam, Balnearam, S.marci a montibus, S. Lucii, S. Angeli, et Francavillam; quae omnia vix 3. aut 4. milliaribus distat a Benevento. 1. In primis Castrum Pontis inhabitatum, 2. et inde ascendere Castrum Casaldoni, 3. Castrum Campi lattari, 4. Castrum montis Leonis, 5. Castrum Sancti Severi, 6. Castrum Fragneti Monfortis, 7. Castrum Fragneti Abbatis, 8. Castrum Sancti Georgii Molendinaria, 9. Castrum Sancti Andreae de Molinaria, 10. Castrum petrae maioris, 11. Castrum Paduli cum suo suburbio, sive Casali Sancti Archangeli, 12. Castrum montis mali, Casale Templani, 13. Castrum Apicii cum casalibus, 14. Castrum Moroni, 15. Castrum Venticani, 16. Castrum montis Militum, 17. Castrum montis aperti, 18. Castrum montis Fuscoli cum casalibus, 19. Castrum Tufii, 20. Castrum Altavillae, 21. Castrum Cepalloni, 22. Castrum Petrae Strumierae, 23. Castrum S. Martini, 24. Castrum Cervinariae, 25. Castrum montis Sarveli, 26. Castrum Tocci cum casalibus, 27. Castrum Torregusii, cum casali Popisii et aliis casalibus.
21,00

Eresie a Napoli pre Inquisizione: cronache su giudei, luterani, forusciti e nobili squartati. Gli editti contro l'eresia sono realtà

Eresie a Napoli pre Inquisizione: cronache su giudei, luterani, forusciti e nobili squartati. Gli editti contro l'eresia sono realtà

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 106

Questa prima parte del volume, come la seconda che seguirà, tratta delle cronache nude e crude sui malumori del popolo che portarono alla rivolta del 1547. Una carrellata iniziale sul secolo dell'opposizione religiosa immerge il lettore nelle cronache del Cinquecento, i giornali dei cronisti dell'epoca, che ci raccontano di una capitale oppressa dalla religione e dallo strapotere del Viceré spagnolo Pietro da Toledo, imposto dall'Imperatore Carlo V, che pure si era mostrato liberale a Napoli 'città fedelissima'. Le ragioni sono da ricercarsi nella crescente povertà dovuta alle guerre di religione e di stato che ancora richiedono la necessaria sedimentazione, specie tra Francia e Spagna, come in Tunisia. In fondo è un bel periodo solo per i dominatori, che si sollazzano fra i bagni di Pozzuoli e le corti locali, ma debiti, corsari e prestiti a strozzo sono il vero problema che faranno esplodere il popolo. La lunga premessa immerge il lettore anche in episodi 'leggeri' fra la parentela dei Toledo con il Duca di Firenze, l'amante a viceregina, il segretario dalla mano lesta, e lo stesso Viceré giocatore d'azzardo e sadico vendicatore. E così, il falso illuminismo delle nuove strade, delle statue nelle piazze, delle fontane zampillanti, contrasta con le centinaia di napoletani mandati alla forca o a ingrossare le sale della nuova Vicaria fatta costruire apposta per giustiziare i Napoletani, da accusare e torturare. Gli ordini nuovi vengono affissi nel duomo e parlano chiaro: ai laici è vietato parlare di religione. Ora il rischio di finire sotto i ferri della luccicante sala delle torture è reale. E saranno centinaia i Napoletani costretti a confessare peccati mortali inesistenti, per il macabro gusto degli ufficiali spagnoli di vedere squartati in pezzi i nobili di Napoli, fuoriusciti e filofrancesi. Le lettere, le poesie, la musica della Corte del Principe di Salerno, portata da Siena a Napoli, invidia del Re di Francia o del Gran Turco, vengono offuscate dalla sete di vendetta del Viceré che perseguita Ferrante Sanseverino fino a vederne morta la bella principessa, seppur amati dall'Imperatore. L'autore fa parlare copisti e cronisti, Miccio, Castaldo, Spiniello e gli anonimi: tutti a raccontare di un popolo sempre ribelle, a causa delle vendette subite, pronto alla guerra civile alla sola notizia dell'Inquisizione, già accusato del delitto di eresia, per essere sempre più lontano dalle imposizioni papaline. L'idea di non volere l'Inquisizione, covata sotto Papa Paolo III e agognata da Paolo IV, il più terribile della storia, porta il popolo, sentitosi tradito, a ribellarsi a tutti, perfino a scagliarsi contro i nobili che lo hanno utilizzato, accusato e tradito. Ma il Viceré colpisce tutti, editto dopo editto, mendicanti e gentiluomini, fino alla persecuzione del Principe di Salerno, colui che sognava un mondo di arte, di scienze e di natura. È la bellezza pura di corpi che si intrecciano e amoreggiano leggiadri alla falsa accusa di sodomìa, che è vera eresia.
39,00

Eresie a Napoli. L'Inquisizione 1547. Volume Vol. 2

Eresie a Napoli. L'Inquisizione 1547. Volume Vol. 2

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 136

È la vendetta del Vicere' Toledo, spagnolo spietato e vendicativo. La Cronaca ruota intorno alla rivolta del 1547, o meglio, ai danni causati dalla ribellione, scattata alla sola notizia di voler instituire il Tribunale della Santa Inquisizione. Non è ovviamente la rivoluzione di Masaniello del 1648, ma quella capeggiata da un suo omonimo, giusto un secolo prima. Il capo della Rivolta fu infatti tal Tommaso Aniello Sorrentino di Napoli che, in groppa a un amico, girò per i seggi della Città a radunare gente per la protesta nel nome del popolo e dei nobili. Fatto è che si dissociarono subito gli ufficiali della Vicaria, sebbene furono poi costretti a chiudere quelle carceri perché il Popolo, inneggiando al giovane e brillante Principe di Salerno intese spostare la protesta dal sordo Viceré all'amato Carlo V. Ma Don Petro approfitta della partenza di Don Ferrante Sanseverino e lancia le sue truppe a bombardare le povere case del quartiere più vicino al castello, uccidendo donne e bambini. Il popolo, invitato dal Priore di San Lorenzo, sede del Parlamento della Città, è costretto alle scuse per evitare la distruzione a tappeto. I nobili si discolpano e si tirano indietro, ma la vendetta cade subito su tre giovani rampolli fatti «squartare» in pubblica piazza. Sono in molti a ritirarsi, a cominciare dai deputati cittadini, capeggiati da Mormile che, in groppa a un ronzino prima solleva il popolo e poi dice a tutti di tornare a casa. La Città è costretta alla pace, ma l'odiato Viceré, preso di mira, scampa per un pelo a un attentato. Toledo alza il tiro e gli Spagnoli sparano sulla folla, in attesa di aiuti perfino da Firenze, pronti a colpire il popolo. Poi torna la ragione e si evita l'assalto della Vicaria da parte dei cacciatori Calabresi e dei fuoriusciti, di cui la città ormai è piena, pronti a farsi uccidere a decine. Finalmente Napoli s'arrende e giura fedeltà: il popolo consegna le armi e il Re invia l'indulto, trattenendo a corte il Principe di Salerno. Resta al suo posto con maggiori poteri il Viceré, pronto alla vendetta finale. Comincia infatti, scalzata l'Inquisizione, l'epoca delle eresie a suon di bandi, manifesti e trombette che per le vie della capitale preannunciano condanne per i laici che parlano di religione, per i luterani, e per i seguaci di Sodoma e Gomorra. Gli editti contro gli eretici si sprecano e le torture a danno dei poveri Napoletani anche. Chi viene messo alla corda, chi confessa, chi viene liberato e chi ucciso ugualmente, «squartato» o decapitato con la scure è solo un particolare. I nobili credevano di averla scampata, ma la spada del prorex spagnolo si abbatte su tutti. È sempre quella di Don Pedro, l'uomo che si è fatto raffigurare anche sulle medaglie che i supplicanti mostrano afflitti a Carlo V che le sfiora, sorride, e se ne va. Sabato Cuttrera
39,00

Il Sannio in gioco: figurine beneventane sul Sannio di Benevento

Il Sannio in gioco: figurine beneventane sul Sannio di Benevento

Rito Martignetti

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 72

Le figurine, in particolare quelle dei calciatori, hanno segnato la nostra infanzia, profumata anche da quelle che si nascondevano nelle scatole dei detersivi. Le figurine che "leggerete" nel presente volume si ispirano, però, a quelle inventate nel 1872 dal chimico tedesco Justus von Liebig e che si occupavano dei vari aspetti della vita umana, della natura, della storia, dei monumenti, delle scienze, delle arti. Con originali figurine tematiche, stampate con la tecnica litografica, il barone von Liebig riuscì a promuovere il suo estratto di carne. Con questa prima serie di figurine, abbinate ad estratti di storia locale, noi cercheremo di attirare la meritata attenzione sul nostro incantevole territorio. Insomma, Martignetti, ha messo in gioco il Sannio. 1. Diomede incontra Enea 2. La gioconda del Sannio 3. L'Egitto a Benevento 4. Toro Apis 5. I Sanniti 6. La tavola dei Liguri bebiani 7. La fibula longobarda 8. Il principe Arechi 9. Canto beneventano 10. Santa Sofia doppia Chiesa 11. Il burro si san Bartolomeo 12. Il vino affumicato 13. Il torrone di Benevento 14. Ebrei da ricordare 15. Unisannio a Roffredo Epifanio 16. Benevento a cavallo 17. I ruderi del teatro 18. La coilonna di San Lorenzo 19. Roghi di streghe ed eretici 20. Galateo Della Casa 21. Troppo franco 22. L'asino di pino 23. La fenice dei matematici 24. Le governatrici 25. Giannelli e il processo agli ateisti 26. Antonio Cocchi 27. Lady Holland a Benevento 28. Nicola Vessicchelli 29. Elisa e il Paglietta 30. La provincia stregata.
25,00

Grand Tour Benevento 1854: La storia del Sannio studiata da Inglesi e Francesi con traduzioni dagli originali in latino

Grand Tour Benevento 1854: La storia del Sannio studiata da Inglesi e Francesi con traduzioni dagli originali in latino

Teresa Zeppa, Virgilio Iandiorio

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 136

Lo studio delle lingue straniere è obbligatorio in tutti gli ordini di scuole italiane. A cominciare dalla scuola materna. Naturalmente, la fa da primo attore la lingua inglese. E allora? Se studiassimo anche la storia antica, unendo allo studio dell'antichità anche quello della lingua straniera? Se volessimo studiare il Sannio antico, come avrebbero fatto gli alunni inglesi di qualche secolo fa, non c'è di meglio che prendere come riferimento il Dictionary of Greek and Roman Geography (1854) William Smith. Otterremo un duplice risultato. Studiare la storia della regione Sannio, non dal punto di vista di chi è parte in causa, perché appartenente allo stesso confine geografico, ma con lo sguardo di chi si pone con il distacco , sempre richiesto, a chi si accinge a studiare la storia. Secondo risultato, leggere e studiare la lingua straniera in cui il testo è scritto. Le innovazioni introdotte nella scuola qualche decennio fa, avevano stabilito che nell'ultimo anno delle scuole secondarie di secondo grado si studiasse una materia in lingua straniera. Nulla di eccezionale se anche dal primo anno si cominci a mettere insieme la storia con la lingua straniera. Per coloro che non sono più alunni, ma lo sono stati, è un modo per rileggere la storia della regione, o meglio come ci vedevano gli inglesi di due secoli fa. Ed è una bella cosa, non vedersi allo specchio ma sentirsi raccontato dagli altri, come gli altri raccontano la nostra storia. Come capitolo introduttivo, una descrizione dell'Italia antica tratta da SKETCH OF ANTIENT GEOGRAPHY, FOR THE USE OF SCHOOLS. BY SAMUEL BUTLER, del 1885. Si prosegue poi con i saggi riferiti a singole voci del Sannio riportate nel Dictionary of Greek and Roman Geography.2 Ai lettori è affidato il compito di proseguire e di approfondire la ricerca. Da parte nostra si è inteso soltanto indicare come utilizzare i testi che il web mette a nostra disposizione. La si consideri, la nostra, un'ipotesi di lavoro in classe e a casa.
29,00

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