ABE
Isabelle Des Baux. Volume Vol. 3
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 124
I volumi su Isabelle des baux a cura di Arturo Bascetta continuano a stupirci. Le cronache di Notargiacomo, tratte dalle prime edizioni originali del cronista, sono la fonte primaria che accompagna il lettori fra aneddoti e curiosità, in un continuo confronto con altri cronisti coevi ai fatti. Ma questa è la parte dell'opera che riguarda i rapporti di Isabella e il marito, specie dopo la sua morte. Perciò si va dall'incoronazione solitaria di Re Federico e dal sisma del 1498- 1499 ai Venti di guerra che disturbano Napoli e Ferrara, che portarono alla prima fuga a Ischia dei sovrani, mentre a Milano si fa festa e a Salerno tutto muta per l'invasione di Papa Borgia delle province napoletane dove vuole creare i principati per i figli. Altri presagi trascritti dal cronista riguardano Federico e Isabella negli ultimi atti notarili, post congiura dei baroni, mentre mutano le province del Regno divise a metà fra spagnoli e francesi senza Salerno, ex capitale del Regno di Puglia, usurpata da Papa Borgia. Isabella è frastornata, come risulta dal carteggio riportato in Appendice e segue con ansia le vicende di Re Federico costretto all'esilio, mentre ella stessa tenta il tutto per tutto svendendo parte della biblioteca aragonese in tutta Europa.
Il governatore di Firenze. Carlo Duca di Calabria e Vicario di Napoli
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 200
Siamo ormai negli anni in cui Carlo aveva raggiunto l'età della ragione, della consapevolezza e della conoscenza delle vicende familiari. Alla Regina Sancia, senza figli e senza più nemmeno figliastri da allevare, non restò che dare l'anima a Dio. Il fermento religioso che l'animava in realtà frenò questo processo moderno, ma non fermò il progresso della vena artistica che chiedeva spazio in altri settori, e non solo a corte. Anche la sirocchia vedova d'Ungheria provvide, assieme alla nuora, alla commissione della tavola di Simone Martini, raffigurante san Ludovico di Tolosa che incorona Roberto, dipinta nel 1317, poco dopo la canonizzazione. Essa reca gli stemmi angioini e arpadiani di Maria al fine di promuovere il culto del figlio, e confermare agli ungheresi la legittimità della successione al trono di Sicilia del terzogenito Roberto. Ella stessa ordinò una statuetta d'argento raffigurante san Ludovico di Tolosa, recante la testa e la corona d'oro, per donarla alla badessa di santa Maria Donnaregina, Agnese Caracciolo. La statuina reggeva una reliquia del Santo in una mano, e lo scettro reale nell'altra. Ma questa affascinante biografia è su Carlo, il d'Angiò della progenie materna degli Svevi, Figlio di Jolanda d'Aragona e Duca Roberto, e perciò cugino a Sancia di Mallorca che ebbe per sua matrigna. Carlo è vicario del reame dalla morte del nonno, quando il padre Re Roberto parte per Avignone dove c'è l'incoronazione. Sullo sfondo del libro c'è catarsi nei costumi, la pomposità del vestiario pre-rinascimentale, mentre i parenti trattano la pace con la Sicilia e i d'Angiò consolidano i palazzi di Napoli scippatigli giorno per giorno dai Catalani che tengono prigionieri tutti i familiari.
La vicaria di papa orsini: viaggio a Pietrastornina, residenza estiva degli arcivescovi di Benevento
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 234
Pietrastornina compare nei primi anni sinodali, cioè nel II sinodo, come luogo dove gli atti riferiti al clero vengono essi stessi trascritti, relativamente alla pubblicazione dell'editto «De Immunitate Ecclesiarum», Contro à quelli, che direttamente, ò indirettamente impediscono, che si faccia ricorso all'Arcivescovo, ò che molestano quei, che l'hanno fatto,e non lo rivocano: e contro à quelli, che similmente impediscono i tonsurandi, ò molestano i parenti de' tonsurati. Dall'editto con cui si prescrivono titoli de' canonici, abati, arcipreti, parrochi, vicari curati, ed altri ecclesiastici della città e diocesi, Orsini cita, fra i signori reverendi, il rettore curato di San Bartolomeo. Il paese compare nel Catalogo delle terre diocesane in cui si sono terminati gli inventari e formate le piante degli stabili spettanti alle chiese ed altri luoghi pii, fra i primi alla trascrizione nell'anno 1707 (n.62 in ordine alfabetico). Quindi in tale anno già traspare una particolare attenzione verso Pietrastornina. «La medesima scomunica fulminiano contro à quelli, che direttamente, ò indirettamente impediscono, ò sanni impedire in qualsivoglia modo, ò pretesto gli scolari, che vogliono esser tonsurati, con proibire à gl'Uffiziali laici di non dare le fedi di non essere coloro inquisiti, ò qualsivolgia altra attestazion di memoriali, ò con altre suppliche, così inscritto, come con parole; ò che trapazzano, ed affliggono i congiunti dell'ordinato: siccome è decretato nel nostro primo Sinodo cap.6 num.3 in cui è fulminata la scomunica di lata sentenza, anche contra quelli, che tali suppluche porgono, ò tali licenze dimandan, l'assoluzione della quale à Noi riserbiamo». Questo il passo: «Vogliamo ancora, che da tutti i Parrochi in ogni festa di prima classe, ed in ogni prima Domenica del mese inter missarum solemnia si pubblichi sotto pena della sospensione à Noi riservata. Dato nella Pietra Sturnina della nostra Diocesi à 21 di settembre 1686 e di nuovo confermato nel consesso sinodale, canonicamente ragunato à 24 d'agosto 1687. La firma è quella di fra' Vincenzo Maria Card. Arciv., come attesta il segretario del sinodo, P.Abate Sarnelli Uditore e arciprete diocesano, il molto reverendo signore, «arciprete di S.Maria de Juso», attestato il 24 agosto 1695, carica che soppresse l'ex titolo di abate, eletto dalla collegiata...
Il mezzo regno dei francesi: cronache di Napoli sul Viceré Odet de Foix di Lautrec
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 226
Osservarlo ed ascoltarlo, già la prima volta, fu un tutt'uno e conseguenza del fatto rivelatorio. Un fluire incandescente di pensieri, sillabe, frasi e parole il manifestarsi del logos; come immaginavo avvenisse sotto i portici dell'Accademia di Atene, tra allievi frenetici e solenni cattedratici maestri. Come avveniva per le frequentazioni nel foro, da parte d'indomabili giureconsulti o di stupefacenti curiosi, arrivando ad rostra, estasiati davanti ad epigoni di un Cicerone o di un Ortensio e anche di Antonio Oratore. Fiammeggiare di perifrasi e splendore di metafore, con metonimie d'anguille viscide, similitudini lunghe come di treni, carichi di alabastri. Il divenire dei metri sui piedi della poesia, mutata in musica da miti viventi di arpe d'avorio o tube celestiali: scrivere per ogni artista della penna d'oca o di computer è un disco verde verso infiniti azzurri, spalancati da occhi viperini. La dolcezza di una chitarra, in mano a Garcia Lorca, un calendario sfogliato da Leopardi. Per Arturo Bascetta è dare ascolto alla voce di dentro, alla tarantola che gli rode le visceri. Un ineludibile comandamento dello spirito. Non so dove gli derivi, ma certamente Arturo ha la scorza dello storico. Presumo ambiziosamente la vocazione l'abbia colto, in qualche stellata pausa serale del suo soggiorno nei campi Flegrei, dove Virgilio è di casa, ma anche Omero è un fantasma di sogni ellenici. A sentire Croce, però, lo storico locale non ha bisogno d'ispirazione, né di modelli. È. Come Iddio e come la Musa Clio. Arturo dell'amore per i suoi paesi di montagne innevate o aspre rocce, di monconi e moncherini d'alberi, di capre lanose e di lupi accesi nel buio profondo delle notti ululanti, ne ha fatto una religione. Incanta con le sue argomentazioni, Arturo. Non solo bravo giornalista, testardo nel servire la sua devozione di pennaiolo che butta sudore e stenti per realizzarsi, ma anche storico e scrittore brillante. Non era nato a fare lo storico, vi dirà. Invece, sa di spacciare bugie. Egli è uno storico, da mandare in brodo di giuggiole anche il più asettico lettore, il meno influenzabile editore. Storico locale, urliamolo con Croce. Cioè vero storico. Gli altri ci guarderanno e ci commiseranno? Non lo credo. Perché il grande Frodoto incominciò con i logoi, che recitava, tutto compito e partecipe, ad Atene, finì con il diventare il massimo degli storici, insieme a Tucidide. Quest'ultimo più scrittore o narratore, meno storico/geografo/militare come l'autore delle lunghe battaglie di popoli di Ellade e di Asia, e dell'invasione persiana. Io, qualcosa, vorrei dirla per contrastare Arturo; «che ce lo troviamo dappertutto?» Per quanto riguarda però l'età moderna, ad andare a spulciare registri e documenti, Arturo Bascetta è capace di strabiliare, è veramente un folletto imprendibile. Gianni Race †
I 12 abati mitrati di Sannio e Molise. Volume Vol. 1
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 180
Charles de Valois: Carlo VIII re di Napoli
Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 144
Sulla carta tutti volevano aiutare Ferrante II d'Aragona a riconquistare il suo reame, ma nessuno immaginò che la spartizione segreta con gli Spagnoli fosse già avvenuta. Lo avrebbero fatto con la sollevazione della stessa Napoli, a cui Carlo di Valois si apprestava a concedere privilegi e esenzioni da 200.000 ducati, sperperando le casse del Regno senza prudenza e senza oculatezza. I Francesi, «parte per incapacità, parte per avarizia, confusono tutte le cose». Nella fretta, insomma, non si riuscì a creare il collante con la nobiltà, neppure con i tanti premi feudali, per via delle difficoltà a entrare in contatto con la corte. Le camere per le udienze del Re furono un'utopia anche per i grandi, perché non veniva «fatta distinzione da uomo a uomo, non riconosciuti se non a caso i meriti delle persone, non confermati gli animi di coloro che naturalmente erano alieni dalla casa d'Aragona» Per non parlare delle «interposte difficoltà e lunghezze alla restituzione degli stati e de' beni della fazione angioina e degli altri baroni che erano stati scacciati da Ferdinando Vecchio». L'odio contro gli Aragonesi, inoltre, andava via via spegnendosi con la sopraggiunta compassione per il giovane Ferrandino, il quale, mentre Carlo VIII meditava di rimandare l'acquisto della sua metà del Regno, preparò la riscossa. Partito da Ischia per la Sicilia Ferrandino si unì quindi allo zio e alle truppe spagnole di Consalvo, ingrossando le fila coi Calabresi che mai lo avevano tradito mantenendo viva la fortezza di Reggio. Anche l'armata veneziana tornava sulle coste pugliesi guidata dal Capitano Antonio Grimanno. Tutto ebbe dell'incredibile, compreso l'ardore con il quale il Re di Francia e la sua Corte fecero un inatteso dietrofront. Con la vana promessa di ritornare Carlo si fece rendere l'omaggio feudale dai Signori e, messa la Corona del Regno sul capo per mano di Giovanni Ioviano Pontano in nome del popolo napoletano, il 22 maggio 1495, si nominò Re di Napoli e ripartì.
Carlo V, l'amore e i notai di Napoli. Atti e donne poco conosciute dell'Imperatore
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 180
Carlo pose a custodia della madre Giovanna il marchese di Denia, don Bernardino l'aguzzino, abile nell'uso della corda come strumento di tortura. Non era migliore del suo predecessore Ferrer, che dichiarava di non avere mai sottoposto la Regina alla cuerda, se non per ordine del padre Ferdinando, appendendola per i polsi, dopo averle legato i pesi ai piedi. Il marchese di Denia scriveva a Carlo dicendogli che prima dei sentimenti filiali dovevano venire gli interessi politici: a volte suggeriva di applicare alla Regina la tortura perché questa sarebbe stata utile alla sua salvezza e certamente avrebbe reso un servizio a Dio e spesso gli ricordava che egli agiva nel suo esclusivo interesse, arrivando a sostituire i frati che, messi vicino alla Regina nel tentativo di convertirla, ne divenivano, invece, amici e difensori, come accadde per frate Juan di Avila. Carlo di Gand, temè fino alla fine che le idee di Giovanna, ormai detta la Loca, una volta libera, potessero fare colpo sul popolo e infiammare il serpeggiante sentimento anti fiammingo mettendo in pericolo il suo potere, l'unica cosa in cui veramente credeva, ardito e ambizioso com'era. Per mantenerlo, più che la madre, preferirà richiamare gli ebrei cacciati dal Regno di Napoli, e dedicarsi alla caccia e agli amori, sebbene i francescani, come Fra' Francesco di l'Agnelina, si scontrasse col Vicerè sui 'zudei', affinché portassero il barrette zalo, come a Venezia. In fondo, anche la nonna paterna di Giovanna, a cui molto assomigliava, Giovanna Enríquez, era ebrea. Chissà se pure l'ava era stata così gelosa di un marito come Filippo il Bello, il quale se l'era spassata allegramente con le belle fiamminghe di corte. E così, tale padre tale figlio, proseguì la tradizione di donnaiolo anche Carlo, ma mai quanto il padre, giungendo al punto di sfigurare i visi di donzelle e schiave more, al solo scopo sessuale. Del resto, con la crisi in atto, anche i conti dovevano tornare. Ecco perché il novello imperatore si circondò di consiglieri e notai riordinando le province del Regno di Napoli e accontentando i baroni, che in cambio, lo ospitavano a corte per la gioia delle nobili donzelle napoletane.
Abecedario di Prata e Pratella nella Valle del fiume Lete: storia, genealogia e toponomastica
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 260
Finalmente, con gli Angioini, abbiamo le prime certezze su Prata dei Paligni seguita da Prata di Alife. Sulla prima Prata dell'Abruzzo, sappiamo che è piccolissima, come se fosse appena nata, in quanto non possiede abitati. Paga infatti solo 20 tarì ed è nominata insieme a Civitella per un'oncia, a Rampino con 1, San Vito con 1, Celano, Sulmona ed altre. Già solo questo potrebbe dimostrare che la Prata aquilana e tutte le altre cittadelle abruzzesi sono il clone di quelle campane, e che la Prata in Terra di Lavoro, in ogni caso, è già consolidata. Sono quindi le cittadelle della Terra di Lavoro ad aver dato nome a quelle dell'ex Molise e non viceversa, sebbene di difficile affermazione in quanto le due province sono fuse in una sola. Prata [Sannita] esiste eccome, come confermato negli anni immediatamente successivi, rientrando in quella che si intende essere una magistratura di Terra di Lavoro e Comitato del Molise, retta dal magistrato Bonifacio de Giliberto. Viene nominata insieme ad altri luoghi della zona in quanto abitata da 18 famiglie, seguita da Alifie, centro militare dove risiede il giudice, con 29 nuclei, Caiazzo con 21, Villa Curtinum con 40, Limata con 17 ed altre. C'è da aggiungere che, nello stesso documento che assegna a Prata una tassa da 4 once e 15 tarì, essendo abitata da 18 fuochi, Thenum ha 117 nuclei, Gallecium 58, Aylanum 6, Pentema 21, Sextum 4, Mastrale 4 seguita da Marzanello, Presenzano ed altri. Da questo atto è chiara la consistenza abitativa di Teano con 117 nuclei e della stessa Pentema con 21, mentre scarseggiano presenze in Ailano con sole 6 famiglie. Questo per dire la difficoltà che lo studioso incontra nel voler attribuire un minore o maggiore spessore storico ai luoghi. Di certo, in questi anni, Prata è la sede della Baronia Prata di Filippo Villa Cublana, riconosciuta anche ai suoi eredi i cui nuclei familiari cominciano ad aumentare. L'intera Baronia ne conta una ottantina: 20 in Prata, 30 in Capriata, 10 in Tino e 20 in Pratella. Quando Rre Ruggiero conquisterà l'Alifano nascerà infatti la nuova Baronia della Prata, con l'insediamento stabile delle prime 18 famiglie documentate, qui consolidate, fra gli antichi luoghi fra S. Arcangelo e Cupolo, dei cui toponimi si ha ancora memoria nel Catasto Onciario del 1754, oggetto di questo studio, accanto a tutte le vicende dell'alto medioevo che flagellarono l'area fra Teano e Alife.
Almanacco della canzone napoletana. Volume Vol. 12
Antonio Sciotti
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 200
Nel 1890, quando ancora devono sorgere il Salone Margherita, l'Eldorado e il Circo delle Varietà, ossia quei luoghi in cui la canzone napoletana diventa internazionale, nasce il primo concorso di canzoni esclusivamente napoletane, apripista dell'epoca d'oro della canzone partenopea e che anticipa il glorioso periodo delle audizioni di Piedigrotta. La manifestazione, come afferma un articolo di recensione del quotidiano Il Roma, è alla seconda edizione. Lo stesso giornale specifica che avendo avuto un notevole successo nel 1889, Mimì (Diego) Aguglia, il direttore del concorso e proprietario dello Stabilimento Balneare del Chiatamone, ne ha organizzato subito una seconda edizione di proporzioni maggiori. É la prima volta, quindi, che una gara canora di canzoni popolari si sdogana in maniera definitiva dai carri della festa di Piedigrotta, anche se viene scelto, per il suo svolgimento, lo stesso periodo, ossia il mese di settembre. Nel 1889, però, il concorso è stato una semplice carrellata di canzoni napoletane, mentre questa volta si tiene quella che storicamente è inquadrata come prima gara canora di canzoni partenopee. Nell'articolo del bando di concorso viene specificato che è prevista una gara di canzoni popolari e che quella che viene selezionata come la migliore vince un premio di 200 lire in oro, una bella somma di denaro che spinge autori di una certa notorietà a presentare una propria composizione. È importante notare che il concorso a premi è indirizzato esclusivamente a canzoni dialettali, stimolando, in questo modo, un settore che, anche se abbastanza fertile, è stato per anni soffocato o, comunque, tenuto a bada. Sempre nel bando sono specificati i termini di presentazione, che vanno dal 1° luglio al 7 settembre del 1890. L'esecuzione della canzone vincitrice avviene con l'accompagnamento dell'orchestrina stabile dello Stabilimento Balneare del Chiatamone diretta dal maestro Pascale e viene premiata il giorno 14 settembre. Il premio di 200 lire viene assegnato alla miglior canzone, sia che questa sia stata scritta e musicata dallo stesso autore, sia che ci siano più autori. Nella seconda ipotesi, viene specificato che la divisione del premio avviene esclusivamente per accordi personali tra gli autori, senza alcun intervento della commissione che ne rimane totalmente estranea. Viene annunciato, inoltre, che la commissione giudicatrice è formata da critici d'arte e da un rappresentante di tutti i principali giornali di Napoli. I membri della commissione esaminatrice eleggono un presidente ed un segretario che provvedono a redigere un proprio regolamento interno con criteri e regole da approvare all'unanimità. Il ruolo della commissione è di assistere, tra il 7 e il 14 settembre, all'esecuzione di tutte le canzoni in gara e, a maggioranza di voto, stabilire un verdetto finale da comunicare alla direzione generale. Infine, la gara canora è libera e aperta sia a professionisti che dilettanti; questi dovranno depositare presso la direzione generale tutte le parti d'orchestra almeno otto giorni prima della sua esecuzione. Il termine di otto giorni è stabilito per dare la possibilità alla commissione esaminatrice di riunirsi per l'ascolto e per fare eseguire almeno una prova, prima dell'esecuzione della canzone, ai professori d'orchestra. Nel bando non viene segnalato se ci sia o meno un costo di partecipazione, anche se è precisato che le spese per le parti d'orchestra, da consegnare alla direzione, sono a carico dei concorrenti. Una ulteriore spesa a carico dei concorrenti è sostenuta per la scelta del cantante nel caso sia diverso da quello ingaggiato dalla direzione generale. Il bando di concorso della più bella canzone popolare viene pubblicato sul quotidiano Corriere di Napoli. Questo libro è uno spettacolo: non è la realtà che si fa storia; è la storia vissuta in tempo reale.
Gli armeni di Forenza: nei feudi dei templari la sostituzione del culto di S. Maria dei Lombardi nel Marchesato di Gravina
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 136
Barletta inglobandola al Principato, sloggiò i giovanniti dal Casale del Castello diruto di Alipergo verso Alberona, e ripristinò il vicetrono di Pavia a Civitate, nella basilica di S. Giovanni de Lama, che faceva coppia con la diruta S. Maria, fra i ruderi del consolato romano di Teate apulo. Così rinacque la Langobardia Minor nel luogo naturale di Agia Sofia, con l'appoggio dei Bulgari, sottomettendo i mariani che adoravano i martiri della croce di S. Paolo e liberando la capitale del pagani-troiani dai gerosolomitani e dal papa che, falsamente, aveva tentato di rifondare la Langobardia Major del 1092 nella Basilica garganica di S.Pietro, presso il Catepanato dei Troiani di S. Giovanni Rotondo inglobato da Civitate S. Severo. Ecco perché, detronizzato del titolo imperiale, a Federico II parve cosa buona e giusta riprendersi il trono ecano dei pagani che aveva fatto grande l'Italia longobarda di Pavia, partendo dalla Basilica del Principato di Loreto, nato nella borgata di S. Giovanni in Lamis (e non della Lama, dove il pontefice aveva inglobato il Catepanato di Bizanzio fondando Civitate S.Maria detta S. Maria Maior, nei luoghi che si dissero fondati da San Pietro. Quella del Loreto, invece, era la madonna nera dei greci, venerata dal paululo Andrea di Patrasso, capo dei cenciosi cristiani della croce di S. Paolo, nata nei luoghi toccati dai seguaci di S. Andrea, nel nome di S. Paolo. Essa non fu nella basilica di Civitate S. Severo dei napoletani, ma presso l'Andria, che da lui prese nome, e dove ebbe sede il Principato Italia della Sicilia Ultra, cioè presso la vicaria Yriano di Canosa, ex Hea di S.Marco in Eca. Nell'antiregno dell'altra Urbe S. Maria nata a San Giovanni della Lama, quello presso S. Severo di Foggia, invece, era in territorio di San Marco in Lamis di S. Giovanni Rotondo, che aveva assorbito il Castello del Catepanato troiano di Bisanzio, fra S. Scolastica di Lesina e la Riva Longa di Vieste. Ecco perché risulta intricato affermare dove sia stata effettivamente ubicata la capitale di Federico II, cioè in quale delle S. Giovanni, in Lama o de Lama, punto che andrebbe posto su Canosa, ovvero nel luogo del Casteldelmonte che da essa si staccò e fu inglobato da Andria. Fatto è che la Canosa sequestrata a Boemondo fu sede del Principato di Costantinopoli sottomesso a Gerusalemme, cioè alla Longobardia del Regno di Pavia.
Abecedario diScafati e San Pietro: toponomastica e genealogia nella Valle Reale di Pompei e del Sarno
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 200
Il territorio di Scafati comprese buona parte di Pompei. La stessa Valle Reale del Bosco Reale del Monte Reale fu la Valle di Pompei, poi circoscritta a San Pietro. Sul ritrovamento di Pompei hanno scritto tutti, ma quella che segue è la forse la descrizione antica più bella. «La espressione Salve trovasi talvolta scritta sulla soglia delle porte principali. Iscrizioni a caratteri neri, o rossi sono segnate sulle mura esteriori; esse esprimono delle forinole, o affissi, e dei complimenti al proprietario, o al conduttore, e qualche volta agli stessi edili, duumviri in governo. Bene spesso se ne valevano come di talismani per preservarsi dagli incendii, per esprimere idee capricciose... Questo libro di storia vera contiene migliaia di informazioni su luoghi antichi e scomparsi, sui primi abitatori, sui nuovi migranti post sisma del 1348 con migliaia di nomi e cognomi e perfino di frazioni fra San Pietro e Scafati. È inoltre un brillante contenitore di fatti realmente accaduti che aprono la mente a nuove prospettive e a vecchi errori storici per la riscoperta degli antichi territori del fiume Dragonteo, divenuto secco, che raggiungeva Porto Torre, quando l'Annunziata era scalo di Nola. Non a caso si ritrovano Bettole, botteghe e botteghelle emersi dalla terra, con il tratto dell'acquedotto che seguiva il Sarno, in realtà detto Malfi, alla sua foce Bottaro, passando fra «Porto Scafardi di Malfi» e «Ponte Scaphati». È Il fiume Dragonteo come termine della Diocesi di Nola, come analizzato da Bascetta sulle pergamene di M. Vergine ai tempi di Papa Innocenzo III padrone del Regno nella minoità di Federico II.
Iolanda di Andria: Yolanda de Brienne dei re di Gerusalemme
Arturo Bascetta, Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 106
Con la regina in attesa di partorire l'erede di Gerusalemme, la primaria operazione fu quella di partire per la Terrasanta per farsi riconoscere tutore reggente del nascente Corradino. Federico II le pensava tutte, solo che la morte improvvisa della Regina sconvolgerà un po' i piani, costringendo l'Imperatore a recarvisi ugualmente, ma in tutta fretta, per essere confermato a legittimo erede del trono. Stavolta non prima di aver tumulato la sfortunata moglie. C'è un po' tutta la storia dei Brienne, che generarono Iolanda, in questo libro, ma anche quella del Principato di Puglia, traslocato da Barulo a Andria, dopo le alchimie di Innocenzo III che la fece città della Chiesa. Qui i Brienne di Gautier, giustizieri di Puglia per il Papa, divennero i padroni, dopo essersi insediati a Lecce, col titolo di Marchese (Principe, Duca e Conte). Ma fu all'eredità della Trinità dei Brienne a cui puntò Federico II, dopo che mortente la madre Costanza il Papa aveva confermato il ritorno dei Templari a Barletta. E così, dal mistero di Andria, la città del faro di Lucera, assistiamo alla scalata dei Brienne del Lussemburgo con Maria Monferrato Regina Jerusalem e Giovanni de Brienne del Lussemburgo che generarono la bella Iolanda. Nacque da regina, come la nonna isabella, perché del sangue dei Brienne e di Re Corrado. E Re Giovanni non ebbe dubbio: Federico II era il marito giusto per la figlia. Ma Federico II scippa subito i beni ai templari perché vuole la vicaria armena di S.Matteo e affretta i tempi con lo sposalizio per procura, avvenuto in S.Giovanni d'Acri, di Iolanda già incoronata Regina di Gerusalemme a Tiro. Per lei l'Imperatore rifonda la vicaria di Puglia e nasce Nova, dove accoglierà la sposa sbarcata a Brindisi, anche se da subito profanò il talamo nuziale amoreggiando con la cugina di Ysabella fra le 12 colonne di Castel del Monte, mentre la povera Regina restava segregata nel palazzo di Andria, dove divenne madre e poi spirò.