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ABE

Atti di notai sui Torrioni del Sannio: i paesi della Montagna del Sant'Angelo di Benevento (da S.Angelo a Capolo e Mancusi a Petruro e Chianche e paesi del Beneventano e dell'Irpinia Avellinese)

Atti di notai sui Torrioni del Sannio: i paesi della Montagna del Sant'Angelo di Benevento (da S.Angelo a Capolo e Mancusi a Petruro e Chianche e paesi del Beneventano e dell'Irpinia Avellinese)

Sabato Cuttrera

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 188

Questo nuovo filone di studi storiografici riguarda i cognomi e le chiese della ex Montagna di Benevento, ossia degli ex Casali del Ducato della Civitate Beneventana, a cominciare dalle parrocchie dei Torrioni di S.Angelo e di San Michele Arcangelo, quelli con la nomina del cui rettore sottoposta all'approvazione ora del Papa di Roma, ora del Re di Napoli. Tutto nasce dalla ricerca fatta a più livelli, presso l'Archivio di Stato di Napoli, per conoscere i nomi dei Torrionesi e la vita che menavano nel 1700, e presso l'Archivio di Stato di Avellino e Benevento, per dare un seguito a quelle famiglie oggetto di studio. Ciò è stato possibile grazie al confronto diretto con le fonti, cioè con quei nomi contenuti nei diversi catasti originali redatti a cavallo dei due secoli, e con un successivo passaggio di confronto con uno studio sulle famiglie. A essi si sono aggiunti altri documenti, frutto di una lettura attenta e scrupolosa, cominciata sui notai, i quali annotavano matrimoni, testamenti, vendite e permute riguardanti i torrionesi e gli abitanti dei paesi limitrofi, da S.Angelo a Cupolo a Toccanisi (Bn). Nuove e utili notizie che porteranno ad uno studio sempre più approfondito sui Torrioni della Montagna del S. Angelo di Benevento. Il primo di quei feudi fu quello appartenuto al Signor Camillo Caracciolo, poi divenuto comune di Torrioni (Av).
44,00

Maria d'Ungheria: Maria degli Arpád-Házi, donna regina e le chiese napoletane del Trecento. Volume Vol. 2

Maria d'Ungheria: Maria degli Arpád-Házi, donna regina e le chiese napoletane del Trecento. Volume Vol. 2

Sabato Cuttrera

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 132

In questa seconda parte dedicata alla Regina Maria d'Ungheria si affronta fin da subito la fine di un sogno, quello reale, e l'inizio della decadenza, quella inaspettata. È la casualità delle cose che manda a monte il progetto degli Angioini sui troni d'Europa, l'evoluzione rinascimentale, per tornare alla radice religiosa, ma dei fraticelli del Trecento. È così che la Regina diventa vedova di Carlo II, e da subito sirocchia, cedendo il posto alla nuora, Sancia di Maiorca, sposa dell'erede Re Roberto, sempre più indebolito dalle infiltrazioni dei Catalani in tutto il reame. Preoccupazioni e piaghe si moltiplicano e la morte del bellissimo figlio Piero, perito nella storica Battaglia di Montecatini, segna l'inizio della fine di un sogno prestigioso. È il dolore che prende il sopravvento sulla politica di espansione, quello che trascina la stessa famiglia reale nel vortice aragonese e alla fine getta le armi per un riavvicinamento dei congiunti, vicini e lontani, e dell'Isola di Sicilia, a cui spetta il trono palermitano di Sicilia Citra. Cronisti e storici afferrano al volo il personaggio e la Regina, da sciamana, diventa quasi monaca: ora costruisce chiese latine, fonda conventi di monache, favorisce ordini religiosi diversi. E i diari lasciano il posto alla forma letteraria, affinché a brillare sia la tragedia, il canto greco degli anni giovanili, il lamento per la morte del bellissimo Piero che diventa costruzione, studio, poesia. La Regina è nuda, piange e si dispera, poi di scatto si riprende e costruisce chiese, favorisce i francescani e le donne monache. Lascia per se stessa soltanto un angolo nella chiesa di Donna Regina, dove innalzare il suo sepolcro, unico trofeo dell'invincibile battaglia contro la morte. Il suo testamento, come quello del fu marito a favore di Re Roberto, è l'albero della vita: dona tutto a tutti ancora in vita, dalle principesse ai servi: anelli e collane di perle, terre ricche e paludi sconosciute diventano il suo orgoglio testamentale. L'incontro con i parenti-nemici siciliani, l'invocazione alla pace, la restituzione del Patrimonio di S.Pietro al Papa fanno da cornice a una scuola religiosa che si impone sulla scena e frena il pre-Rinascimento, schierando dalla sua parte una miriade di chiese che dettano legge al popolo. Il bisogno del potere, che la portò a essere genitrice di 14 figli, si tramuta nell'amore di genitrice di tanti figli, nati chi alla corte di Nocera a S.Giovanni, chi a Rocca Baio di Partenope. È una storia di santi e di principi, di dame e cavalieri: la vera eredità quando il lutto prende il sopravvento. È il viaggio infinito della lunga vita reale di «Donna Regina»: Maria è la mamma di tutti i Napoletani, dei Pugliesi e degli Ungheresi che la generarono, ma anche dei Siciliani. Il Vespro, la setta dei Flagellanti che penetra a Palazzo, le reliquie del figlio che diventa Santo a Marsiglia, l'educazione di corte impartita ai nipoti e ai principi di mezza Italia si sgretolano, nelle ultime pagine di questa pimpante biografia regale. Obiettivo finale della Regina di Napoli è lasciare ai vivi chiese-scuola per insegnare ai paggi che esiste un mondo diverso da quello del lusso: la preghiera. Da qui la necessità di assicurare un futuro ai Templari, a S.Maria Egiziaca, alla Maddalena, alla Casa dell'Annunziata AGP, e a San Martino. Ecco l'ultima ambizione di una sovrana. Arturo Bascetta
44,00

Isabella d'Aragona e Giovan Galeazzo Sforza: donna Sabella e l'eredità del duca Giovanni

Isabella d'Aragona e Giovan Galeazzo Sforza: donna Sabella e l'eredità del duca Giovanni

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 176

Il 1° febbraio 1489 la giovane e bella napoletana fu accolta nel castello milanese e si celebrò il matrimonio. I festeggiamenti pomposi erano questa volta uno scherno: ed Isabella si trovò infelice dove avrebbe avuto il diritto d'essere rispettata ed amata. Il Moro quando cominciò a sospettare che Isabella fosse incinta, raddoppiò la guardia intorno al Duca, quasi prigione nel castello di Pavia. Isabella era donna coraggiosa e saggia, ma suo marito Gian Galeazzo, se era d'indole mite ed egregia, se era animato da buoni sentimenti, tuttavia mancava d'ingegno, e d'abilità nell'esercizio degli affari. In ciò sta la spiegazione della possibilità del tradimento del suo tutore, ed in ciò consiste pure la scusa ch'egli adduceva a quelli che gli avessero domandato conto di quanto faceva. Lui era il passato e l'avvenire, ma non seppe sfruttare i suoi tempi, né capire dove andasse il mondo. Se avesse avuto un raggio soltanto del genio del suo omonimo Visconti, la storia avvenire di Milano ed insieme forse quella di tutta Italia sarebbe stata diversa. Isabella scrisse a suo padre ed all'avo implorando soccorso: ma la sua lettera non ebbe altra conseguenza che di dividere sempre più la famiglia aragonese dal Moro. Ferdinando mandò a Milano Antonio e Ferdinando da Gennaro, ma essi non ottennero da Lodovico se non questa risposta sdegnosa: - Dello stato io tenni sempre le cure, e a Gian Galeazzo riservai solamente gli onori. La prevista nascita del figlio di Gian Galeazzo fece pentire il Moro d'avergli concesso una sposa così amena, insperata e degna solo di un vero principe come lui, al quale, non restava che scegliere una donna altrettanto elegante e bella e di stringere i rapporti con Ferrara. Isabella, «per bellezza di corpo, et d'animo degna di prospera fortuna, dopo' le nozze infelici con Giovan Galeazzo, figliuolo di Galeazzo ucciso dai congiurari cascó in tanta calamità, che fu poi, mentre visse, essempio di malavventurata Principessa. Imperoche con vano nome di Duchessa fu compagna delle miserie, et delle angustie, nelle quali sotto specie di tutela era tenuto il marito per iniquitá del Zio; né qui si fermó l'impeto della suá trista sorte, peroche in un tempo istesso vide privarsi del marito per forza di veleno, et il padre spogliato del Regno dall'arme francesi», per cumulo de gli infortuni suoi si vide cader di mano ogni speranza, che il picciolo figliuol suo potesse aver adito allo stato paterno, poi che, oltra che quasi nel medesimo giorno che morì il marito, fu usurpato il titolo con le insegne di Duca, da Lodovico; dopo alcun tempo, il detto suo figliuolo erede della disavventura di lei fu condotto in Francia dove in monastero chiusa, finì la sua vita.
44,00

Montella in Ducato del principato Citra. Nella diocesi di Conza suffraganea di Salerno. Il feudo nato a Cassani Castellione di Giffoni

Montella in Ducato del principato Citra. Nella diocesi di Conza suffraganea di Salerno. Il feudo nato a Cassani Castellione di Giffoni

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 164

Con "Montella" Arturo Bascetta, da topo di biblioteca qual è, ci consente di accedere a importanti documenti del nostro passato dei quali si sentiva la mancanza. E, nel contempo, le sue ricerche sono una vera e propria miniera di notizie indirizzate alla conoscenza e alla comprensione dei nodi più complessi della vicenda umana e politica della nostra verde Irpinia. Questo succoso libretto analizza meticolosamente le condizioni della vita feudale, quando padrone del feudo era un solo signore. Se non l'unica proprietà del territorio di una o più università, era la più estesa. Pochi, infatti, erano i beni ecclesiastici. Poche le piccole proprietà libere. Il contratto (la "fede"), legava, con giuramento solenne, al Signore i contadini che ricevevano la terra in enfiteusi. L'enfiteusi, che si poteva anche comprare, era un diritto reale del contadino sul fondo del Signore. Secondo tale diritto il titolare (l'enfiteuta) godeva del dominio sul fondo ed era obbligato a pagare nel giorno di Natale al feudatario un canone in denaro spesso sotto forma di derrate. L'enfiteuta era inoltre obbligato a migliorare, disboscare, rendere fertile il feudo. In più doveva piantare alberi dei quali non diventava mai proprietario e provvedere ad ogni genere di migliorie, necessarie e opportune per l'aumento della produzione. Come compenso l'enfiteuta percepiva la terza parte del valore dell'appezzamento di terreno. L'appendice sul "Catasto Onciario" di Cassano delle informazioni che riguardano Montella ci fornisce notizie anche inedite su costumi, attività e vita di istituzioni, persone e società del tempo. In estrema sintesi si tratta di uno strumento concreto di conoscenza della vita realmente vissuta della gente Irpina del 1700. Bascetta, con certosina capacità investigativa, ci descrive anche le varie e furbastre manovre escogitate da Baroni, Conti, Marchesi, Vescovi e Arcivescovi, per pagare meno tasse o, per usare il linguaggio moderno, per frodare il fisco. Un antico vizio italiano portato in auge nella nostra età contemporanea da moderni furboni e duro a morire. Lor Signori ricorrevano a vari sotterfugi. Il principale dei quali consisteva nel dividere un feudo in due o nell'accorpare due o tre feudi in uno, a seconda delle convenienze del momento. La frode fiscale veniva perpetrata a danno del Re a cui il feudatario doveva versare le tasse in proporzione ai suoi averi. Eppure le condizioni del feudatario erano floride in quanto riceveva cospicue entrate, non solo dagli enfiteutici, ma anche dai cittadini della sua Università, i quali pagavano tasse come maestri artigiani, per capre, pecore, bovini ed equini. L'Università poi acquistava derrate dal feudatario che rivendeva ai cittadini. Arturo Bascetta, con questa sua opera, dà legittimazione e validità storica alla realtà di allora. Una ricerca, quella del Nostro, che ci fornisce una conoscenza, diretta e più vera, di momenti della storia irpina, non sempre esplorati con sistematicità e metodologie aggiornate e accurate. AC
39,00

Mugnano Vintage. Case e chiese di Mugnano e Cardinale badia del Monte Vergine nella Valle Mugnanense fra Baiano, Avella e Nola

Mugnano Vintage. Case e chiese di Mugnano e Cardinale badia del Monte Vergine nella Valle Mugnanense fra Baiano, Avella e Nola

Sabato Cuttrera

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 132

Anche questa pubblicazione di Cuttrera del poliedrico editore Bascetta si inquadra nel programma di ricerca del nostro essere comunità a diffondere notizie certe non solo tra i contemporanei, ma a conservarne tracce indelebili per le nuove generazioni. Fino ad oggi questo lavoro ha riscosso vasti ed unanimi consensi di pubblico e di critica. La cultura esige responsabilità, tolleranza e buonsenso civile a conforto del ruolo istituzionale che ognuno ricopre nel tessuto sociale, non trascurando poi che in una piccola comunità ognuno occupa sempre un campo di riferimento in cui gli altri lo riconoscono. Gli storici, gli scrittori della storia, rivestono una presenza molto delicata: la saggezza. È una qualità che matura in loro per la conoscenza millenaria della vita dei popoli, delle cose che contano e che la storia ha filtrato nello scorrere del tempo. I ricercatori di qualunque livello e spessore non devono solo togliere polvere dagli archivi per raccontare cronache di episodi lontani, hanno l'obbligo di partecipare alla costruzione di una società migliore: per ogni paese è indispensabile l'esistenza di veri uomini saggi. Il rinvenimento del Catasto Onciario del Casale di Mugnano in provincia di Terra di Lavoro ordinato nel 1741 da Re Carlo III di Borbone e completato nel 1754 è l'occasione più importante per qualunque analisi sociale e storica che in futuro si vorrà fare nella nostra terra. Finalmente c'è una raccolta di dati certi che abbiamo rincorso da sempre e che solo la nostra determinazione ha portato alla luce. Dopo la prima edizione del Catasto nasce questo nuovo lavoro edito da Bascetta il quale rilegge ancora con maggiore precisione i dati che, nella pubblicazione precedente, si presentavano spesso illeggibili a causa dei dati catastali forniti su riproduzione. Stavolta Cuttrera va a monte del problema rileggendo in forma diretta quanto trascritto dal proprio gruppo di lavoro che ha rispolverato il testo originale del Catasto Onciario di Mugnano conservato presso l'Archivio di Stato di Napoli. Con questo nuovo testo riusciamo ad avere uno spaccato sociale formato di massari, vaccari, custodi, pastori, negozianti, speziali, soldati, chierici, studenti, tavernari. I più numerosi erano i vaticali, i pettinatori e i braccianti, sartori, sportellari, carbonari, fabbricatori: quanti miti di nobiltà antiche cadono sotto la spada del ricercatore.
44,00

Vacanze a Montefalcone: quattro napoletani nel Sannio (testo cinematografico)

Vacanze a Montefalcone: quattro napoletani nel Sannio (testo cinematografico)

Stefano Palazzi

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 116

Anche questo secondo libricino del giovane Stefano Palazzi, arricchisce il cuore per la gioia, le emozioni e altre coserelle che ti restano dentro dopo aver letto, tutto d'un fiato, il testo cinematografico scritto dal nostro Autore da giovanissimo. Come abbiamo avuto già modo di dire, Stefano, è alle prime armi, ma la stoffa si intuisce fin da subito e la speranza è che continui su questa scia, magari ampliando i tempi della commedia, con nuove e avvincenti avventure, come per un fumetto, più che un romanzo, verso cui appare trasportato di meno. Insomma il suo avvenire potrebbe essere, stile a parte tutto da caratterizzare, proprio nel racconto, lungo o corto. Intanto ha buttato giù il canovaccio che vede protagonisti immaginari Alberto, Anna, Paolo e Lucia di Napoli, originari di Montefalcone, rinomato centro dell'Alto Sannio, dove si recano a trascorrere le festività natalizie. Li accoglierà il villino di Alberto e Anna, che la fantasia dell'autore pone nel bel mezzo del paese, tirando fuori dal suo magico cilindro le figure di Paolo e Lucia che hanno una casa proprio accanto a quella dei loro amici. Lo stesso autore, nella sintetica introduzione, aggiunge che anche i genitori di Alberto hanno una villa, ma fuori paese, dove tutti i giovani protagonisti decidono di trascorrere la notte del 24 dicembre, spostandosi in quei giorni qua e là nei mercatini natalizi allestiti nei comuni vicini, fino a Benevento. Siamo sicuri che l'Autore continuerà a stupirci con i suoi scritti, nel prossimo futuro, se non a breve, trovando la giusta strada che merita la sua penna di scrittore in erba, pronto a convincere i suoi lettori di poter concretizzare nuovi sogni. L'idea di seguire un percorso formativo, ora nella narrativa, ora nella commedia o nel mondo del cinema che sia, rappresenta tutta la vitalità del giovanil furore che dopo le prime 'prove', proprio come accade al cinema, si accingerà a trovare la meritata strada. Non sappiamo se sarà la via definitiva perché chi scrive è in continua ascesa e spesso, come il pittore, o come il regista di un film infinito, non conosce cosa accadrà dopo tante scene, e quindi nemmeno il finale. Quel che è certo che Stefano Palazzi ce la metterà tutta per rendere la sua e la nostra vita più ricca di emozioni.
16,00

L'invasore di Parigi: il bottino di Carlo VIII Re di Napoli (Charles de Valois)

L'invasore di Parigi: il bottino di Carlo VIII Re di Napoli (Charles de Valois)

Sabato Cuttrera

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 186

La frantumazione politica del Regno di Sicilia Ultra e Citra gettò Napoli nell'abbandono. Ovunque regnava il caos. Palazzi abbandonati, case diroccate e cloache a cielo aperto erano il brutto biglietto da visita di una metropoli soggiogata, derubata e affranta dalle guerre. L'ex capitale era allo sconquasso e, perduto il trono aragonese nel 1501, subì la falsa amicizia spagnola del prorex Cordova, che scippò mezzo reame alla «regina triste» in nome di Ferdinando il Cattolico, come già deciso da quest'ultimo sulla carta, essendo in combutta con Re Luigi XII il Cristiano, al quale andò l'altra metà, avallata dai baroni avversi. Toccarono quindi agli Spagnoli del «la Calavria, Basilicata, Terra di Otranto e tutta la Puglia». Furono dei Francesi del «Re Luigi, il Ducato di Benevento, di Abruzzo, Campagna, e la Città di Napoli», sempre più vuota e abbandonata al suo destino e senza più un solo popolo, diviso fra rossi e bianchi. La conseguenza fu che al cambiare della casacca si moltiplicarono i luoghi di confine delle antiche province, a causa dello spostamento forzoso voluto da abati feudali e signori di diverso partito. E il risultato fu che si rifondarono ancora una volta paesi di qua e di là, costringendo alla migrazione le piccole popolazioni di servi della terra da un capo all'altro della linea immaginaria se non era gradita ora a questo e ora a quel feudatario. Con un Viceré a Levante e uno avverso a Ponente, «essendo così divisi, ne nacque anco la divisione de' cuori de li poveri baroni e città del Regno: imperciò che i vassalli de lo spagnuolo si chiamavano Spagnuoli, e seguivano la lor insegna rossa; e i vassalli del francese si chiamavano Francesi, e seguivano la lor insegna bianca: e era forzato spesse volte lo infelice figliuolo esser francese, essendo il suo miserabil padre legittimo spagnuolo», e viceversa. La cosa non poté certo reggere e, «venendo a rotta l'una nazion con l'altra, bisognò anco, che gagliardamente si oprassero rovinar l'un l'altro». E non solamente, a quel tempo, «fu consumato il Regno da la guerra, ma anche da continua pestilenza, e da incomportabile carestia. Per le quali calamità restò quasi voto di gente e di danari; gli edificii rovinati, i campi disfatti, la giustizia inferma, e la religione quasi che morta: e in questa pessima disposizione era anche la Città di Napoli pervenuta», rimasta divisa in due fazioni. Lo scontro infatti non terminerà con l'invasione lampo del Re di Francia. L'Anonimo, Guerra e gli altri cronisti delle Historie di Napoli «dicol che dopo la venuta di Carlo Ottavo Re di Francia nel Regno, il quale à guisa de fulgure venne in Italia, acquistò il Regno, e partissi, fu mandato da Luigi Re di Francia spano monsignor d'Obegni ad invaderlo, il quale fe' gran progressi, et acquisti nelle provincie di quello».
44,00

Il viceré di Lemos. Pedro Fernández de Castro Andrade y Portugal. Il colpo alla Zecca, le false monache e i paggi amorosi. 1610-1615

Il viceré di Lemos. Pedro Fernández de Castro Andrade y Portugal. Il colpo alla Zecca, le false monache e i paggi amorosi. 1610-1615

Alfredo Barrella, Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 144

L'Anonimo cronista introduce il governo vicereale di Don Pedro di Castro con un inconveniente: la lite tra il fratello Don Francesco e Giovanni, figlio del deposto Conte di Bonivento, allontanato da Napoli e ripartito alla volta della Spagna, intrappolati in certi «ragionamenti fastidiosi». Tra le prime opere pubbliche di Pedro, nuovo Viceré, il quale governò dal 1610 fino al 1616, e che continuò, come il predecessore, a fidarsi del Fontana, incontriamo il castello puteolano di Baia. Egli risanò le finanze dello stato, in precedenza in balìa di Giovanni del Bonivento, del Reggente della Vicaria, e di D. Baldassar di Torres, beneficiando del braccio «di Don Michele Vaaz Nobile Portoghese, huomo pratichissimo in simiglianti faccende, e che forsi non havea pari l'Europa», smorzando la fame della povera gente. Durante i sei anni del governo di Pedro molti furono i terribili e curiosi fatti che si susseguirono, a partire dall'incendio di Montevergine, dove «alli 21 de Maggio 1611, et fu tal focho, che vi morsero forsi ottocento persune»; uomini vestiti da donne e donne vestite da uomini, così come ce ne parlano le Cronache di Montevergine del Giordano. Dopo la morte di Margherita d'Austria, i cui lutti, come racconta il Parrino, furono presto dimenticati dalle nozze tra «il Principe delle Spagne con Isabella Borbone, e tra il Rè Ludovico Decimoterzo di Francia con Anna d'Austria figliuola del Rè Cattolico», prese fuoco anche il Palazzo del Viceré, il quale scappò «a Pizo Falcone ad habitare per fugire la furia del focho». A maggio dell'anno seguente fu presa d'assalto la Regia Zecca e solo in agosto del 1613 fu scoperto il vero responsabile: Bauzo di Torre del Greco. Di boccaccesca memoria sembrano le vicende peccaminose di falsi santoni, come Suor Giulia, da sempre creduta a parlare con «l'Angli beati». La donna viene scoperta a condurre una vita amorosa ben lontana dalla vocazione, finendo presto in esilio. Suor Orsola Benincasa, gelosa della oscura santità della collega, non esitò a fare la spia ai padri Teatini, mandandola così davanti al Tribunale del Sant'Uffizio. Ritornata in Napoli, per grazia di suoi potenti amici, entrò nelle grazie della Viceregina: «non vi mancò nulla che non vi incorresse la s[igno]ra D[onna]Chaterina de Sandoball moglie del s[igno]re D[on] Pietro de Castro N[ost]ro Viceré», desiderosa di avere figli, e per questo rivoltasi alla falsa santa, affinché intercedesse per lei. La prima lezione non era bastata a Suor Giulia per darsi una calmata, finendo, stavolta, murata viva. Oggi potrebbe quasi piacere di inquadrare quella peccatrice come una eroina del suo tempo, nonché paladina dei "diritti della carne". Seguono anni felici per i napoletani e per chi giunge in città: Filiberto di Savoia «andò à stanziare nel Palagio Reale, dove si trattenne per molti giorni, servito con grandissimo fasto, e splendidezza dal Vicerè». Nel 1615 la città vide anche l'arrivo dell'eminentissimo Aldobrandini. Vengono fondate così accademie e studi, come l'Edificio delle Publiche scuole fatto innalzare dov'era la Porta di Costantinopoli, progetto architettonico lavorato dalla maestria del Fontana: «il Conte di Lemos sembrò di botto integrato nella città, dalla parte della borghesia nascente più che dei nobili. Non a caso si schierò nel nome della scienza e della cultura, promuovendo la nascita delle scuole», aggregandosi così alla famosa Accademia degli Oziosi, «composta de' più begli ingegni d' Italia». Ma in questo anno, seguito poi dal sisma del 1616, e sotto questo governo «successero tre morte inaudite, l'una dopo l'altra», che spaventarono terribilmente la città: un figlio appiccatosi per denaro negatogli dal padre; Mutio Longo «per haver perso una quantità de denari al gioco»; una donna «habitante alla Duchesca per gielosia, che haveva del marito, egli anchora vinta dal Demonio se appicò per la gola».
60,00

Il viceré di Benevento. Juan Alfonso Pimentel y Herrera, conte di Benavente (o Bonivente). Il palazzo reale, i ponti, le fontane e il castello di Baia. 1603-1610

Il viceré di Benevento. Juan Alfonso Pimentel y Herrera, conte di Benavente (o Bonivente). Il palazzo reale, i ponti, le fontane e il castello di Baia. 1603-1610

Alfredo Barrella, Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 144

Juan Alfonso Conte di Bonivento fu designato dal sovrano Fillippo III d'Austria a Viceré di Napoli, quale III prorex scelto dagli Asburgo per fare le veci della casa regnante (senza contare i luogotenenti nominati in loco durante i periodi di vacatio), in un periodo di grande turbolenza politica. Il suo incarico ebbe luogo in una fase in cui il Regno era sotto il controllo spagnolo. Sotto la sua amministrazione, Napoli, fu coinvolta in eventi di basso rilievo, sia sul piano politico che culturale, ma appariscenti. La sua figura non è associata a particolari gesta militari, ma piuttosto a un ruolo di mediazione e amministrazione del potere e dell'ordine, quello che cercava di mantenere in un periodo di grande instabilità. Gli stati dell'Italia imperiale del tempo erano influenzati dalle tensioni tra Spagna e potenze europee come la Francia, e questo ebbe un impatto diretto sulle politiche locali. Il Regno si presentava confuso, con strade malsane e gente povera, fra poveri e delinquenti, e prelati e chierici di Chiese corrotte, ricche d'argenti, con eremiti in corsa sfrenata sui monti, dove investire il patrimonio di famiglia. Dall'Incoronata a Cesarano fioriscono i nuovi cenobi dei nobili con confraternite intime, avverse ai papi e alla politica vicereale, sempre più opprimente per via delle tasse. Da Ostuni a Taranto i vecchi feudatari s'inventano la magna carta per alleviare i sudditi, che restavano servi, ma con vere regole, per scimmiottare le capitolazioni reali e le prammatiche vicereali che tardavano mettere in riga l'intero reame dal punto di vista strutturale, oltre che tassativo. Anche stavolta furono i balzelli, quelli imposti sul capo del terzo ceto, che finirono per moltiplicarsi per le esose richieste dell'Università comunale, dello Stato e della Chiesa, in un sovrapporsi di infiniti doversi rispetto a pochi diritti. Ma Napoli ha voglia di risvegliarsi e il Viceré rifà il Castello di Baia, la Piazza dove nascerà Palazzo Reale, fatto disegnare appositamente dal Fontana, inondando la città e la provincia di targhe, tabelle e marmi, murate sui palazzi, sulle fontane e sui ponti, a ricordo del nulla, con paragoni immaginari con i fasti romani, greci, e pagani. Intanto fioccano le monete false, chi le lima e chi le spaccia. L'avvocato Rovito eleva la classe avvocatizia e la Zecca ritira i soldi di latta, ristrutturando la chiesa dell'Odigitria, i Vergini, l'Ospedale di S.Giovanni. Perché questo Viceré non solo farà nascere un fortino all'Isola d'Elba e i ponti di Bovino, Benevento e Cava; ma darà vita ai giardini di Napoli: curerà l'acquedotto a S.Carlo all'Arena, la porta trionfale a Chiaia, il Palazzo di Porta Reale per inserrare il grano. Poi ci sono le feste per i nobili e le accensioni di fuochi notturni e fuochi d'artificio in continuazione per il popolino, a ogni lieta notizia che giungesse dal trono imperiale d'Austria o dal trono reale di Spagna. L'incarico finirà comunque inesorabilmente a duello, sull'Isola di Procida, con una scaramuccia provocata dal giovane figlio del Viceré, ora costretto a lasciare Napoli con l'infamante accusa di aver impoverito la città e il Regno. E così anche questo generale, dopo aver condannato a morte un asino e il suo padrone, registrò la propria fine, alquanto indegna, per aver reso potente solo il figlio e i due compari.
60,00

Fernando Domingo Ruiz de Castro Andrade y Portugal conte di Lemos. Il viceré di Castro. Parata a Napoli, cavalcata a Roma per il Giubileo (1599-1601)

Fernando Domingo Ruiz de Castro Andrade y Portugal conte di Lemos. Il viceré di Castro. Parata a Napoli, cavalcata a Roma per il Giubileo (1599-1601)

Alfredo Barrella, Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 132

Il libro pone in rilievo, con onestà intellettuale e scavo delle fonti, interrogate sui loro più terribili segreti, tirando fuori fatti e personaggi abbandonati all'incuria del tempo, all'oscurità, se non proprio alla morta gora, la palude dell'Inferno. Fatti, avvenimenti, personaggi trattati in modo chiaro e, a volte, con linguaggio aulico, derivante direttamente dall'opera originale consultata, nei pregi e nei difetti, nelle ragioni e nei torti, come negli atti di valore che in quelli meschini. Sfilano dinanzi ai nostri occhi vicerè, conti, baroni, marchesi, nobili cardinali che fanno il bello e il cattivo tempo sulla pelle dei sudditi, deboli e miseri della società. Sono le ribellioni eroiche del popolo, oppresso dalle angherie, dalle ingiustizie e dallo sfruttamento feroce che riducevano la gente alla miseria e alla fame. Il 1598 si era aperto portando sul trono il Principe delle Asturie, che prese nome, seguendo le indicazioni del padre, di Re Filippo III, sovrano anche di Napoli, dove sedeva il suo Vicerè d'Olivares. Il nuovo Re si sposò al più presto, l'anno dopo, con Margherita d'Austria, sorella dell'Imperatore Ferdinando II di Germania, dalla quale avrà otto figli, di cui quattro di vita lunga: Anna d'Austria (1601-1666), che divenne Regina di Francia, il futuro Re di Spagna Filippo IV, Ferdinando, che divenne Governatore dei Paesi Bassi spagnoli, e Maria Anna di Spagna, che divenne Imperatrice poiché sposò il cugino Ferdinando III d'Asburgo. Quelli che sembrano spagnoli, in realtà, continuano ad essere regnanti d'Austria, proseguendo la stirpe con gli intrecci di famiglia, lontano dai propositi dei Re Cattolici. Filippo III sembrò così disinterassato alla politica che fin da subito fece crescere il potere nelle mani del suo primo ministro, il Duca di Lerma, finì di dilapidare il tesoro reale, già sperperato dal padre in infinite campagne milititari. Nonostante ciò in politica estera le cose andarono meglio, almeno per la pace con l'Olanda e l'Inghilterra e, finalmente, per l'amicizia con la Francia, sancita con il matrimonio tra la figlia Anna d'Austria e Re Luigi XIII, che gli permise di fermare l'espansione dei Savoia, dando il Monferrato ai Gonzaga. A Napoli le cose restavano immutate con il nuovo Vicerè Fernando Ruiz de Castro, Conte di Lemos (1599-1601), oggetto di questo studio, in cui la storia è ricerca, continua e costante. Colpisce innanzitutto la scelta certosina delle fonti, le più svariate e miracolosamente rinvenute dalla pazienza infinita. E quella di Arturo è una vera e propria indagine, attenta e scrupolosa, dei fatti e degli avvenimenti storici, analizzati in modo diligente, esaminati con quella curiosità che è la base per conseguire risultati fecondi e fruttuosi. E' un vero e proprio scandaglio delle fonti esistenti nei luoghi più impensati. Che con la sua sagacia riesce a scoprire, perchè guidato da un fiuto storico invidiabile, che sbircia, nei cunicoli degli archivi e delle biblioteche delle varie città d'Italia e dell'Europa, testimonianze spesso sfuggite anche a storici di professione. A tale tipo di ricerca, affrontata con grande cura e impegno, si è dedicato anche il giovane studioso Alfredo Barrella, neo laureato, con una grande passione per la storia, al quale dobbiamo il contributo cronachistico della trascrizione italo-spagnola dal volgare dei cronisti contemporanei ai fatti. Molte sono le osservazioni, acute e criticamente apprezzabili (da far proprie senza alcuno indugio), sulle cause dei drammi nelle nostre zone del tanto tormentato Seicento, da parte di un risoluto Arturo Bascetta - al quale va un incondizionato plauso - come pure è da sposare il giudizio, a volte severo, su uomini, avvenimenti e fatti di tal secolo. Gli autori della ABE trattano il tutto senza alcuna pietà. Senza alcun falso moralismo. La loro storia è come una ventata di aria fresca, aperta, quasi violenta. Attira e sconvolge.
49,00

Sibilla di Medania. L'ultima vedova degli Altavilla

Sibilla di Medania. L'ultima vedova degli Altavilla

Sabato Cuttrera, Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 144

Su Sibilla di Sicilia Regina di Palermo, altrimenti detta Sibilla di Medania, o di Acerra, non ci sono più dubbi che sia la stessa persona. Non bisogna però fare confusione, essendoci più sovrane di tal nome, con la Sibilla angioina di Gerusalemme, diva dei romanzi ottocenteschi, ai tempi della conquista del S.Sepolcro da parte del Saladino, o con la Sibilla delle Fiandre, sorella di Goffredo il Bello. E' però vero che la nostra Regina rischia di mandare ugualmente in confusione il lettore perché fu retrocessa a a Contessa di Lecce, spuntata nel pieno della guerra fra guelfi e ghibellini, quando Brindisi fu col marito Re Tancredi, e il papa costrinse monache, chiese e benedettini a voltare le spalle a quest'ultimo sovrano degli Altavilla, lasciando che la vedova perdesse due troni. Dopo una lunga premessa di chicche storiche sull'area di Lecce, Ostuni, Cassino, e la guerra fra Guglielmo il Buono e quello Cattivo, il libro riparte dalla fondazione di San Giovanni in Lecce, voluta a suo tempo da Accardo, per rilanciare la figura del bistrattato Conte di Lecce, il quale assurge a Re, e della sua vedova, retrocessa a Contessa. I succosi capitoli su Sibilla sono una continua scoperta di una bella figura di Acerra, del sangue dei D'Aquino-Medania, madre di cinque figli dispersi, designata a Regina di Palermo, dopo essere stata prigioniera dell'avversa Costanza di Sicilia, poi trattenuta anch'essa dalla stessa a Salerno, salvata dal nemico, e poi costretta dal papa al ritiro, pronto a rilanciare il Regno di Dio in terra. L'ex Contea di Lecce sarebbe stata la sede ideale per l'esilio del Re, poi della vedova, infine della figlia, allontanando i protagonisti dalla scena politica, costringendo l'erede a sposare l'ultimo dei Brienne del Lussemburgo, casata prossima al trono di Gerusalemme. Nelle pagine centrali di queste irrequiete cronache, tornano sulla scena i Templari, che richiamano l'Imperatore Enrico VI nel Regno, per consegnargli Napoli, Salerno e la Sicilia. Da qui la fuga dei reali di Palermo nel castello di Caltabellotta, il tranello del fantomatico accordo con la Regina vedova, poi rinnegata e spodestata; sorte toccata a tutto il Regno della Chiesa. Ma al papa basterà farsi nominare tutore del piccolo Federico II, e rieccolo governare dieci anni, ripartendo da Andria, per tenere a bada l'ormai innocua progenie leccese del fu Tancredi da Carovigno, dopo aver fatto uccidere Enrico VI, esiliare Costanza e Sibilla, invadere la Puglia, da Lecce a Taranto. Sono le due città riaffidate agli ormai innocui Tancredini e ai Brienne, con la spumeggiante Albiria, pronta a consegnare l'eredità del Regno Ultra di Capua al generale Sanseverino dei Tricarico. Questi, liberate Calabria, Lucania e Puglia, ripartono da Lecce, vicaria e metropolia del reame capuano della Sicilia continentale, per tentare, inutilmente, di ripristinare l'antico Regno di Puglia.
55,00

Jeanne II d'Anjou. Giovanna d'Angiò di Durazzo. Volume Vol. 2

Jeanne II d'Anjou. Giovanna d'Angiò di Durazzo. Volume Vol. 2

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2025

pagine: 174

Nessuno, più di Giovanna II, erede diretta di Carlo il Piccolo, può dirsi Regina di Napoli, Sicilia e Gerusalemme, così come di una miriade di stati, fra cui i rispolverati regni di Rama e di Accola, come principiato ai tempi di Roberto il Guiscardo. E' questo un dato da sottolineare, confuso, abiurato o tralasciato dagli storici, che continuano a confondere Roma con Rama, urbe ben definita dai cronisti, e il trono dell'«H» di Puglia, motivo per il quale l'ex Duchessa di Durazzo era già Regina da diverso tempo quando successe a Re Ladislao su Napoli. La Giovanna II di questo libro rappresenta un susseguirsi di avvenimenti strabilianti, quasi prodigiosi. Essi permettono a questa fanciulla cresciuta dalla Chiesa, e quasi indifesa, di tenere a bada gli uomini di potere, passando la patata bollente della unificazione del reame, ora nelle mani di Sergiano Caracciolo, ora di Sforza, elevato a generale contro i capitani di ventura Orsino, Braccio e Tartaglia. Caracciolo ne guadagna la Prammatica Filangiera, quella che toglie i feudi ereditari, ma poi tradisce e ambisce al partito avverso del Re, insieme al papa, per tenere rinchiusa la Regina. Il governo cadrà col ritorno di Sforza e l'investitura di Giovanna, finalmente acclamata Regina, nella chiesetta napoletana dell'Incoronata. Ora è lei che fa imprigionare e liberare amici e nemici, a cominciare da Sergiano e dal marito, complici del papa, che le ha già scippato il Principato di Salerno. Ma la Regina si sente tradita: non le resta che chiedere aiuto a Re Alfonso d'Aragona, in cambio della successione al trono. Perfino Sforza si allea coi papalini, guidati da Luigi III d'Angiò per spodestarla, ripartendo dal regno parallelo di Sicilia Ultra, almeno fino alla riunificare i diversi rami angioini, a danno del Re Magnanimo che ora vuole la sua parte, mentre le contese fra gli staterelli tornano su Firenze. Napoli vive una apparente calma: si rifanno le province, le Università degli Studi, e i Tribunali con un nuovo rito per le Corti locali e per la Vicaria. L'uomo più potente del reame è sempre Sergiano, mentre il papalino Luigi Duca d'Angiò resta Re di Sicilia con Pippo Caracciolo a suo Vicerè. L'aria di scisma non aiuta: a Roma viene eletto Papa Eugenio, a Firenze torna Cosimo Medici. Ora Giovanna è una Regina vecchia e stanca, a stento ha la forza di liberarsi da Sergiano; al Re ci pensa il fato. La spaccatura politica però c'è, inutile negarlo: Napoli è sempre di Giovanna, ma trabocca di Catalani e Aragonesi, nei quartieri come nei castelli. La presenza dell'ineffabile Re Alfonso d'Aragona fa sbizzarrire i cronisti e la soglia di una nuova era è già nell'aria: nasce una creatura con due teste, il sole si oscura, e gli eventi meravigliosi prendono il sopravvento sulle panzanelle. Muore Re Luigi nella sua Cosenza; muore Giovanna, nella sua Napoli: è tempo di passare lo scettro a Don Alfonso. La Regina di Accola, designata alla successione del Reame di Sicilia da quando il fratellastro/nipotastro Re Ladislao morì avvelenato dall'amore, non è più. La parola passa al testamento in favore degli Angioni, ma il giovane Magnanimo, circondato da paggi con la bocca a cuoricino, ha già scippato le Terre di Benevento al papa e posto trono per sette anni nella cattedrale di s.Bartolomeo. La sua beltà attira i baroni adagiati sul Sabato come una calamita: cavalli, drappi, uomini e derrate vengono donate per un ducato da donare all'arciprete del paese, in cambio della fedeltà di ogni singolo feudo. Il nuovo Re è quasi pronto a sfilare con la corona in testa, quella che fu della seconda Giovanna, la Regina dell'Aquila di Puglia.
55,00

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