ABE
La massoneria di via Posillipo: Lauberg e la società patriottica. 1792-1793
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 144
Furono le sette napoletane seguite alla fallita cospirazione del 1794, in cui si erano trasformate le società patriottiche, a sperare nel vano aiuto della flotta francese, ferma nel porto di Napoli. Fallimento dovuto alle spie, dichiaratesi pentite a seguito degli arresti, onde evitare la decapitazione, ma che finirono ugualmente in uno dei 493 processi che si tennero in tutto il Regno, fino al 1798. Vero è che fin dal 1790 si assiste a qualcosa di diverso, insito nel popolo e nei regnanti, che primeggia come una voglia di autonomia. Da una parte il Re, che si stacca definitivamente dal papa, rifiutandosi di continuare l'atto di vassallaggio della chinea; dall'altra il popolo. Ma le paventate congiure giovanili, divenute organizzate con la cacciata dell'ambasciatore republicano dei francesi a fine 1792, divennero il pane quotidiano anche degli intellettuali. Indubbiamente tutto ciò è legato ai venti di rinnovamento che spirano in Europa e che porteranno il Re a lasciare Napoli nel dicembre del 1798, in quella che spesso viene definita come la fuga a Palermo. Ma non è neppure quello l'inizio della breve Repubblica Partenopea in quanto sarà preceduta dal breve ma intenso movimento di Anarchia popolare dei Lazzaroni. Ecco perchè nel decennio della Rivoluzione Napoletana non vi fu una sola rivoluzione per destabilizzare il potere dei sovrani, quanto più atti rivoluzionari che, nel bene o nel male, finiranno con lo stabilizzare tutti. Tolti quindi i primi anni delle società patriottiche influenzate dalla massoneria inglese, si può dire che una vera rivoluzione, fomentata dai francesi fra il 1792 e il 1793, avvenne nel 1794 e si prolungò al 1798 per contrastare arresti e processi. In questi due lustri, fra la prima e la seconda metà degli anni Novanta del 1700, accaddero più cose: l'inizio della fine della feudalità, a cominciare da quella del Papa verso il Re; l'inizio delle congiure organizzate, come questa, filofrancese, del 1794; l'inizio delle rivolte sociali che portano all'Anarchia; l'inizio di una prima Repubblica. Abbiamo quindi scisso le diverse fasi di una stessa epoca, che è poi quella ispiratasi alla Rivoluzione francese, perché essa ha più di un avvio e di una fine: la Riorganizzazione del Regno (1789-1792), la Società Patriottica (1792-1793) di ispirazione massonica scoperta e evolutasi in sette, le Sette Segrete (1793-1794) come l'inizio delle Rivoluzioni Napoletane (1794-1798), l'Anarchia Popolare (1798-1799), la Repubblica Partenopea (1799) che lascerà il testimone di un'epoca alla Restaurazione borbonica del xix Secolo. L'idea di Carlo Flaubert del 1793 è da ascriversi non alla parentesi pre-anarchica vissuta dal Regno di Napoli, ma a quella pre-rivoluzionaria. Con Flaubert, cioè, siamo ancora alla lotta politica e non a quella armata fomentata dai fracesi, che è la continuazione di un esperimento di rinnovamento politico e sociale, iniziato dal Principe di San Severo, chiamato Massoneria. La Loggia di Posillipo, divisa in club, privati e anonimi, non più riconosciuta dallo stato, fu espressione libertaria di giovani politici, matematici e paglietta, durata troppo poco per essere ascritta alla congiura, sua naturale conseguenza. I club politici non ressero nemmeno un anno, per essere identificati come scintilla della Repubblica Partenopea, che ebbe miccia solo dopo l'anarchia popolare che fece fuggire il Re, seguita alla rivoluzione, la risposta armata delle sette segrete di sola ispirazione francese. Esse sono da far rientrare in una sorta di congiura autonoma, dove i rivoluzionari vennero arrestati e processati dallo stato, grazie alle spie borboniche. Ecco perché le sette andrebbero da annoverarsi in una Rivoluzione Napoletana di quegli anni che anticipò l'Anarchia Popolare dei Lazzaroni, quella sì, fomentata dalle navi inglesi, tornate nel porto di Napoli a raccogliere il seme massonico del patriottismo, scippato dai francesi.
Frattapiccola nel 1753. L'antico casale San Sebastiano di Frattaminore di Napoli
Arturo Bascetta, Sabato Cuttrera
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 112
È l'estratto del catasto onciario con tutti i nomi degli abitanti i mestieri, le strade e le chiese intorno alla congrega di San Maurizio, Croce, Trivio, S.Angelo, ma anche S.Simeonoe, Pomigliano di Atella e altri casali come Viggiano, Arco Parrocchia, Forno Pardinola e Forno Crispano. Il libro, inoltre riporta i nome dei preti, delle vergini, insomma di tutti gli abitanti anche delle località minori come Merola, Spagnuolo, Mandiello, Lampaì, Starze, Quattro vie, Castagno, Pizzo Mastro Aniello e Pizzo Marcangelo, Vicolo Capoziello.
Maschiito degli Albanesi. Masquit e altre colonie arbereshe nel venosino. Profilo storico sulle comunità albanesi stanziate dagli aragonesi
Virgilio Iandiorio
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 158
E se provassimo a guardare le comunità albanesi che si insediarono ai piedi del Vulture, non dal monte verso il mare Adriatico, ma all'inverso? Voglio dire, abbandonando il punto di vista di chi vede forestieri giungere nella terra che abita, e che hanno abitato i suoi antenati? Probabilmente qualche luogo comune, o, se volete, qualche pregiudizio consolidato nel tempo, non avrebbe più valore assoluto. E le domande che gli storici si sono poste sulle motivazioni che hanno spinto ad emigrare la popolazione albanese dell'altra sponda del "Mare Superiore" (come veniva indicato in passato l'Adriatico) non possono essere ricondotte solamente alla fuga dalla conquista ottomana della penisola balcanica. «La nazione Albanese merita per ogni riguardo che richiami l'attenzione de' filologi d'Europa, e se lungamente rimase obbliata è di giusto ancora che prenda nella storia quel posto che le è dovuto. Se le lettere possono arricchirsi di utili scoverte, la storia può aggiungere la pagina di un grande popolo. Slanciati sui monti Acrocerauni come avanzi di un gran naufragio son rimasti da più secoli chiusi alle ricerche della scienza. Chi son essi? Donde vengono? - Ecco ciò che la storia non ha potuto mai indagare. In mezzo alle nazioni moderne essa non ha nulla di simile con le altre. Con un'impronta tutta propria d'indole, di costumi, di usi, e fiera di una lingua originaria e primitiva, che non ebbe modelli né fu madre ad alcuna, risuona come una debole rimembranza di tempi perduti. Verrà forse un giorno che questa nazione potrà comparire con splendore nella storia del mondo, e deporvi il germe di antiche verità. Chi sa che non sia uno di quegli avanzi dei cataclismi della natura che passarono come torrenti sulla terra, e li spinsero obbliati in un angolo di riva? Simile alle loro canzoni che s'innalzano con voce lunga e s'odono più miglia in lontananza, ti scende nell'animo il racconto delle loro avventure, e ti risveglia idee di un nuovo mondo di cui si è perduta la memoria» 1 . Gli immigrati Albanesi discendono, secondo una accreditata tradizione storiografica, da comunità venute dall'Albania in diverse ondate, fra la metà del secolo XV e il secolo XVIII. L'ultimo insediamento albanese fu quello di Brindisi di Montagna in provincia di Potenza nel 1774. Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia le regioni dove si stabilirono, per sfuggire l'occupazione turca, ma anche perché chiamati dai sovrani per l'aiuto in guerra e dai feudatari del Regno di Napoli per colonizzare o ripopolare le terre non troppo generose dell'Appennino meridionale. Maria Antonietta Visceglia2 trattando delle immigrazioni albanesi in Puglia, spazia oltre il sec. XV e parla di un primo flusso nel 1272, di altri due successivi nel 1327 e nel 1396. Questo, a ben considerare, mette in discussione la tesi delle migrazioni albanesi a causa dell'occupazione turca della penisola balcanica. V. I.
Pupe e pozioni per re Ladislao. Spose e veleni che uccisero il sovrano di Neapulia nel 1414
Arturo Bascetta, Sabato Cuttrera
Libro
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 96
LADISLAO RIPUDIA LA REGINA COSTANZA - Degradata a Contessa d'Altavilla e di Sepino - La Regina madre affida il «bastone» al figliolo - La riconquista di Ladislao: i Giustizierati - Raimondello si schiera contro il Regno - Costanza resta col Conte, il Re si risposa - La ferocia dei Durazzo: macchiati madre e figlio - Raimondo era a Lecce fin dalla morte di Carlo III CAPITOLO II IL RE DEI MAGNATI DI «NEAPULIA» - La conquista di Taranto: la vicaria del Principe - Ladislao è su 3 troni e riacquista Raimondello - Il Re si riposa a 17 anni con Maria di Cipro - Uccisi i Sanseverino, Taranto al vicario di Matera - Raimondello e Maria da Gonfalonieri a Principi - Addio a Matera vicaria del papa per Taranto - Ladislao Re dei poveri in s.Stefano à Partenope - La morte improvvisa del Principe Raimondo - Il Re assedia Taranto per avere un altro trono - Il Principe Giannantonio e il Principe Gabriele - LA PESTE E L'ESILIO DELLA MADRE - 1410, torna il Regno di Sicilia a Castelnuovo - Magliano di Capitan Villanuccio, Conte di Sarno - L'erede mancato: l'abate Ranaudo di Durazzo - Gli uomini più fedeli della vecchia Regina - Così si spensero i reali che riunificarono l'Italia - Peste a Salerno: muore Margherita e poi il Re - E' una tragedia la morte del giovane sovrano - Ladislao ucciso da un lento veleno.
Camiola madama di Siena: la figlia del mercante che gabbò il cavaliere errante. Camilla Turinga e Orlando d'Aragona Principe di Sicilia
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 144
Federico III di Trinacria, figlio della Regina di Sicilia Costanza di Svevia, divenne, alla morte del padre Re Pietro, l'unico signore dell'isola, in contrasto con gli Angioini di Napoli, titolari del reame dato in feudo dalla Chiesa. Cognato di Re Roberto d'Angiò, e zio di Carlo di Calabria, non si trattenne dalla guerra che scaturì fra eredi di diversa stirpe, benché le Regine trattassero la tregua. Qui entra in scena il bel Rolando, ovvero Orlando, fratellastro del successore Re Pietro II, ma figliastro senza eredità, allorquando si schierò contro la sovrana matrigna, creando non poche scaramucce in Sicilia, mentre a Napoli favoleggiava la corte d'amore, alimentata dagli ambasciatori fiorentini. Fra i ricchi mercanti toscani primeggiavano i Turinga, frequentatori dei due reami, allorquando Sicilia e Lucca, di partito ghibellino, vollero lo scontro con Napoli e Firenze, sempre più al servizio del papa. I Turinga, tedeschi di Prato, come pure i Bonfiglio, scelsero di stare dalla propria parte, proprio mentre l'eredità familiare fu acquisita dalla bella senese di nome Camilla, da tutti conosciuta come Camiola, che avocò a sé anche le ricchezze di un presunto marito. Fu a quei tempi, quelli in cui ella frequentava la Sicilia per traffici commerciali del padre e del defunto, che la giovane vedova seppe dell'Orlando battuto negli scontri alle Eolie. La flotta di Napoli aveva invaso le coste e preparava la vera guerra con i Siciliani. Rolando, al comando dell'armata isolana, sconfitto nella Battaglia di Lipari, e rimasto prigioniero a Napoli senza che alcun parente l'avesse riscattato, procurò gran tristezza a Camiola, la quale, manifestò palese i propri desideri amorosi, proponendo un contratto matrimoniale in cambio del pagamento del riscatto. Così, mentre il Papa s'inventava i rettori Angioini, a dispetto dei Siciliani, che rifiutavano la Chiesa nel nome dell'indipendenza catalana e del sangue svevo, Napoli liberava l'amato prigioniero, favorevole allo scambio, rimasto fiducioso in gattabuia fino all'arrivo dei soldi. Camiola, che aveva impegnato una fortuna per vederlo libero, se ne fuggì da Siena per Messina, agognando le braccia dell'adorato sposo, marito per procura, il quale, prima del ti amo, era stato chiaro: «Ti sposo se mi paghi la libertà»! Una volta tornato a corte, però, senza più catene ai polsi, il bel cavaliere, cortigiano e blasonato, figlio di Re e con nelle vene il mezzo sangue di Costanza di Svevia, rifiutò le insistenze di Camiola. Alla dama, disperata per l'abbandono, non restò che impugnare il contratto sottoscritto e costringere il marito a quelle nozze forzate, ormai solo per umiliarlo e lavare l'onore davanti al tribunale e a tutta la città. Rimasto senza eredità, essendo fratellastro del vero sovrano di Sicilia, Rolando tornò in sé e chiese scusa, ma fu costretto a subire l'umiliazione del dietrofront di Camiola, almeno secondo il profilo tracciato da Boccaccio. Non gli restò che sposare un'altra donna, dalla quale ebbe quattro figli, guadagnando sul campo le future medaglie e l'ascesa a Governatore di Siracusa per conto del nuovo Re Ludovico. Camiola, ritiratasi fra le mura del monastero di Messina, ritrovò altra fortuna. E di lei non si seppe più nulla.
I giorni in cui ho visto i suoni. Viaggio matematico fra fantastico e reale nel linguaggio dei numeri dell'antica Persia, l'Iran
Madjid Mirzavaziri
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 130
Esce per la prima volta in Italia il libro dell'autore iraniano che parla coi numeri. Madjid Mirzavaziri è professore di Matematica all'Università di Mashhad "Ferdowsi". Ha pubblicato diversi lavori in lingua farsi, dove nella maggior parte di essi si trovano elementi di Matematica e Filosofia. Eliza Hashemi, che ha tradotto l'opera, dice che «Come studente di matematica, ho avuto l'opportunità di seguire i suoi corsi e di sviluppare il mio progetto di master sotto la sua supervisione ed in questo modo ho iniziato ad interessarmi alle sue pubblicazioni. Tra queste, quella che ha catturato maggiormente il mio interesse e mi ha molto emozionato è il libro che tu leggerai. L'incredibile romanzo, basato su una storia vera, parla della vita di sua madre, una donna non vedente dalla nascita. I suoi meravigliosi atteggiamenti nei confronti delle persone, la sua filosofia di vita hanno reso la sua storia attraente da un lato e il modo in cui lotta con i suoi problemi improbabile dall'altro, come scrive lo stesso autore: " Se avessi sentito questa storia anche da un amico, non ci avrei creduto, e avrei pensato che i dettagli degli eventi descritti fossero come storie di sogno in cui i bambini si divertono a giocare raccontandole". Come traduttrice di questo libro ho affrontato molti problemi con alcune espressioni in persiano usate in questo romanzo che non sono molto comuni nella lingua persiana moderna. Per i versi del famoso poeta persiano Hafez presenti nel libro, mi sono avvalsa delle traduzioni di Carlo Saccone riportate nei libri: "Vino, efebi e apostasia", "Canzoni d'amore e di taverna" e "Il Coppiere di dio". Alcune parole e frasi sono mantenute in forma originale di cui non esiste un corrispettivo in italiano e potete trovare nelle note alcune spiegazioni. Ho mantenuto la loro forma originale ma ho riportato il significato citandolo nelle note a piè di pagina». Madjid Mirzavaziri, autore iraniano del testo, è infallibile. «Ovviamente, qualsiasi scrittore sarebbe felice di vedere lodato il proprio scritto, ma credo che una critica che esamina i punti deboli eviterà il ripetersi dei difetti e sentire obiezioni produrrà effettivamente risultati migliori rispetto ai complimenti. Così ho deciso di non scrivere più fino a quando non avessi avuto una recensione del mio libro precedente. Ma quello che è successo nella mia vita ha fatto sì che la storia venisse scritta presto. Se avessi sentito questa storia anche da un amico, non ci avrei creduto, e avrei pensato che i dettagli dell'evento fossero come storie di sogno in cui i bambini giocano insieme nei loro giochi. Ma la realtà che ha cambiato la vita di mia madre, Batool Karbasforoshan, era troppo forte per essere considerata una bugia o un sogno. Le persone che avevano letto i miei libri precedenti mi chiedevano perché non avessi scritto dell'evento miracoloso nella vita di mia madre e non avevo risposte alle loro insistenze. So di avere altri compiti nella mia piccola vita scientifica che devo svolgere e potrei essere riluttante a svolgerli, ma ogni volta che dico: potrei rimandare le cose quotidiane [fare le cose di tutti i giorni per dopo] e sembra che una forza mi stia costringendo a fare queste cose. Dopotutto, tutti sono interessati a qualcosa e ho sempre creduto che perseguire gli interessi sia molto più piacevole che remare nella tempesta della vita di tutti i giorni. Ci sono quelli che, quando non sono a conoscenza di un argomento, lo considerano futile, e la loro definizione di scienza, e forse arte, è solo ciò di cui si occupano, e non conoscono né la scienza né l'arte. Non solo non condanno il lavoro di coloro che creano teoremi matematici astratti con piacere stravagante, ma anzi amo gli aspetti astratti della matematica. Ma credo che affrontare questa importante lavoro dei matematici non dovrebbe dissuaderci da qualsiasi altro dovere che abbiamo nei confronti della società».
La breccia di Porta Aurea: 1848-1863. Liberali, reazionari e briganti a Benevento
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 262
In questo saggio storico, non si trova nessuna maledizione nei confronti di Garibaldi, ma vi è al contrario una visione critica, severa, senza sconti sulle origini del Risorgimento nazionale e sul processo, non sempre lineare, improntato a giustizia e privo di esecrandi fatti di sangue, che portò all'unificazione politica e statale dell'Italia. Arturo Bascetta, con la sua consolidata capacità di ricerca di documenti, diari, testimonianze le più svariate, racconti popolari, sentenze di tribunali, decisioni amministrative, confessioni e quant'altro, ci dà un quadro storico chiaro, preciso, circostanziato della fase risorgimentale della provincia di Avellino, da cui si distaccò buona parte della nascente provincia di Benevento, dal 1848 al 1863-64, e dei rapporti stretti di queste con la Napoli di Franceschiello prima e, dopo, con l'autorità di Garibaldi e della Casa Sabauda. Dinanzi ai nostri occhi passano piccoli e grandi fatti della stragrande maggioranza dei Comuni dell'ex Principato Ultra, documentati e accurati dalla certosina ricerca da topo di biblioteca che è la più grande virtù dell'Autore. Testimonianze storiche, in verità, spesso trascurate dalla Storia con la "S" maiuscola, le quali hanno un valore inestimabile per tutti coloro a cui sta a cuore conoscere i fatti delle proprie contrade, dei propri villaggi e paesi, dei propri eroi, dei propri briganti, delle imprese dei propri compaesani e delle loro azioni, eroiche o meschine che fossero, che hanno contribuito all'unità d'Italia. Vi sono episodi travolgenti e splendidi nella loro ferocia come quello della brigantessa Donna Matilde Rossi, che io ritengo, parafrasando Guido Gozzano, "un fiore sbocciato nel deserto". Il tutto, in sintesi, dimostra la ferma convinzione dell'Autore secondo cui il lavoro dello storico agisce sul suo stesso oggetto, l'agire degli uomini. Al centro dell'attenzione del Nostro, come detto innanzi, resta Benevento, a cui Bascetta è molto legato e di cui a me sembra addirittura innamorato per il suo scovare documenti, diari, racconti autobiografici e nomi che riguardano questa blasonata e antica città dei Due Principati, della quale molti cittadini sono stati autori di cose nobili e non, di fatti eroici e di intraprese in una con intrighi, false testimonianze, tutte cose che, nel complesso, le fanno onore. "Scrivo quanto segue conformamente alla mia ricostruzione congetturale della verità". E Bascetta, come il primo celebre storico antico, può dire che non pretende di aver conosciuto direttamente la "verità", ma semplicemente di averla ricostruita, a partire dai dati da lui pazientemente e sagacemente raccolti. E', questo, un ulteriore merito dell'Autore di un succoso libro, il quale, con la sua fecondità e creatività, rifiuta la storia semplicistica che si ferma alla superficie degli avvenimenti, una storia che fa dipendere tutto da un solo fattore, che si basa su analisi troppo eclettiche e che si smarrisce nella molteplicità delle circostanze: la narrazione sistematica che non distingue tra motivi e cause. Il Nostro ha una concezione profonda e diversa della storia, che spezza la crosta dell'interpretazione critica povera e sclerotica, quella che è stata giustamente definita pseudo-storia. Bascetta, seguendo Marc Bloch, "di fronte all'immensa e confusa realtà", fa la propria scelta basandosi non sull'arbitrio, bensì nell'analisi scientifica del documento che gli consente la ricostruzione e la spiegazione del passato. Esamina, analizza, scruta fatti ed eventi, ciascun individuo, noto o ignoto, che svolge la sua parte nella vicenda storica, anche con ipotesi e congetture, ma soprattutto con un lavoro delicato e appassionato, che, in sintesi, è il suo pregio maggiore.
Guizzi di Napoli nella signoria di Firenze: la festa di S. Giovanni, logge e potentati del 1326
Sabato Cuttrera, Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 150
È come se la corte di Napoli si fosse trasferita in Toscana. Dopo aver sistemato le cose per la fondazione della certosa S.Martino, il Duca e la Duchessa di Calabria, Carlo d'Angiò e Maria Valois, partono per Firenze nel 1326, col medico Capograsso di Salerno e Cecco d'Ascoli a negromante. Il figlio viceré di Roberto, fatto Signore della Città di Dante, già divisa fra guelfi bianchi e guelfi neri, dovrà vedersela con i ghibellini di Lucca, alleati di Catalani e Bavaro. In questo libro Carlo non è quello bistrattato dalla Cronica del Villani, ma il Signore che ripristina le feste e ridisegna la Signoria, allargando le cinque cerchie ai 90.000 fiorentini, alle 110 chiese e ai mille scolari, dove spuntano le Logge coi fanali a farla da padrone, trasformando i palazzi a corti private, e dove il vizio e il gioco dei cortigiani, fra scacchi e buzzeca, e quello delle donne in fiore, con le trecce bianco-gialle, hanno preso il sopravvento sulla difesa militare. E così, mentre i duchi danno festa a Palazzo, con pranzo coreografico e scene in cartapesta, la battaglia contro Lucca s'arena per l'alleanza con gli imperiali del Bavaro Re d'Italia, sceso in campo contro Papa di Avignone e Re di Napoli, e per la perdita dell'erede. Carlo è un Signore di pace, finito quasi per caso nella Congiura di Lucca, generale del Trecento in una città come Firenze che parla napoletano ovunque. Nell'epistolario di giugno compaiono i migranti del sud, il Capitano del Balzo alle prese con il vizio plebeo del gioco, le tasse di S.Lorenzo, le punizioni afflitte a Empoli, l'esenzione di S.Casciano, l'arciprete a Colle di Giotto, i debiti di Poggibonsi, lo Statuto per Castelfiorentino, il sale del Castello di Signa, i priori delle arti, le rocche di Latere e Galgani. C'è tutto il contado fiorentino: Contrada Spoleto, data ai mercanti; Prato, finita sotto i tassatori; Fichino, alle prese con l'ufficiale gabelliere. Ciò accade mentre gli armigeri catalani vanno a spasso per Valdarno e Signa, e certi fatti turbano Casa Rossi, Capraria e Porta S.Pietro. Ma il cuore di questo libro è rappresentato dalla Fiera delle Bestie, principale attrazione per i fiorentini, Bianchi e Neri, marrani e narcisi, trasformatasi in salotto di mercanti d'oro e di seta, dove sfilano le potenze del popolo e le due brigate d'amore, gialla e bianca, sfoggiando per otto giorni la «macchina del cielo» e gli «spiritelli». E' la storia della Festa di San Giovanni in tutta la sua bellezza, dalla nascita come mercato del bestiame al commercio dei preziosi, che si teneva nella vigilia del 23 giugno, seguito dai sollazzi del pomeriggio coi 16 gonfaloni delle contrade in schiera. Sembra di vederli, quei nobili, sulla «ringhiera» dei signori, mentre sfilano i carri di cera in onore di San Giovanni. Non sono di cartapesta ma si rincorrono in processione come ceri, nella Piazza della Signoria addobbata a stelle. E' qui che sfrecciano i paliotti, tassati a Pisa e alle altre Terre federate, e poi i borghesi, quelli con le vesti ricamate e foderate d'ermellino che solo a Firenze brillano fra i tendoni azzurri, come in cielo così in terra.
Vincenzo Rizzo e la sua Pietrastornina. Nel centenario della nascita: foto, ricordi, documenti
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 96
In un futuro non troppo lontano ci ripromettiamo di dare seguito ai volumi sulla storia di Pietrastornina, di cui già sono stati raccolti centinaia di racconti popolari, detti, proverbi, usi e costumi dalla viva voce dei contadini e dei pensionati degli anni Ottanta del secolo scorso, di cui si conservano gelosamente i nastri dalla casa editrice. Negli ultimi tempi, inoltre, sono sopraggiunti negli Archivi di Stato i documenti dell'Ottocento che riguardano il ripopolamento dei casali del paese ad opera di famiglie di mezzadri provenienti dall'area beneventana di Ceppaloni per rianimare l'antico paese che fu sede del Principato più importante del Settecento Napoletano, affidato alla famiglia dei Lettiero d'Aquino del quartiere Nido di Napoli, fra le più influenti della capitale, dove si riversarono portieri e nutrici pietrastorninesi. Questi ceppi furono accolti dai Ricci-Rizzi, che già popolavano Pietrastornina, come risulta dalla nutrita raccolta documentale di tutti gli atti di concessione dei terreni ai nuovi coloni fra Pascone, Ciulli, Luciani, Cappella, Starza, con la rinascita delle frazioni dedite alla coltivazione della vite e del grano, lungo il corso della Valle dei Tronti che collega il torrente San Martino con il fiume Sabato e divide Pietrastornina da Arpaise. C'è da dire che, fino ad allora, il grano veniva importato quasi del tutto dai paesi della Baronia di Flumeri, per la precisione dall'area di Savignano, Greci e Ariano di Puglia, dove ci si recava a caricare i sacchi sui traini per trasportarli in paese e procedere alla molitura. Dall'Ottocento, insomma, benché incalzasse l'emigrazione in America, vi fu una discreta coltivazione dei campi che ebbe il suo epicentro lavorativo nel Casino di campagna, che ancora oggi si incontra dopo il Casale Forti. Da questi campi trassero sussistenza la famiglia Rizzo e i mezzadri, che rianimarono la propria vita e quella del paese. Dalla progenie di Amato e Maria Severino nacque Vincenzo, il 4 dicembre del 1922, del quale il Comune di Pietrastornina ha inteso celebrare i cent'anni dalla nascita.
Potere e nobiltà nella città dei papi. Volume Vol. 1
Virgilio Iandiorio
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 178
Vengono qui raccolte in un unico volume due momenti dell'attività di scrittore e di poeta di Nicolò Franco. Il primo capitolo è dedicato al soggiorno del Poeta Beneventano a Casale Monferrato, a contatto con un ambiente culturalmente vivace e interessante. In questo primo capitolo, in particolare, ci si sofferma su una delle opere che il Franco scrisse durante il suo soggiorno a Casale Monferrato. Il soggiorno monferrino, durato alcuni anni, consentì al nostro autore di dedicarsi alla stesura del romanzo intitolato Philena, un nome greco attribuito alla donna amata, come, prima di lui, aveva fatto Giovanni Boccaccio, chiamando con nomi greci i protagonisti di alcune sue opere. Con questo romanzo, Philena, il Franco si cimenta con gli autori che avevano trattato, in prosa e in versi, il tema dell'amore, che da passione diventa motivo di riscatto sociale e culturale. Il poeta sembra dirci che la metafora della vita come un sogno, non deve distrarci dalla speranza e dalla ricerca continua del bene, anche quando tutto sembra lasciarci in balia delle onde del mare in tempesta: - Noi siamo veramente sembianze d'onde marine, le quali mentre sospinte sono hora da prosperi, e hora da venti avversi, quando avanti si traggono, e quando indietro si chinano. La qual cosa fa, che durar non può sempre il rigor dei contrari fiati. E perciò veggiamo i mari hora con ispumose montagne alzati, e pur' hora ridutti ne le pianezze piacevolissime, cosi come e rapidi torrenti non sempre torbidissimi correre, e danneggiare i confini loro, ma solere a la limpidezza dei lor christalli, e a la lentezza dei corsi in breve spatio ritornare. Il nimico, e guazzoso Verno non è sempre intera parte de la stagione: e veggiamo similmente l'Autunno suto già spogliato de suoi honori, rinvigorirsi tantosto nel verde suo. Mal fa chi d'e vostri pari si trova nel male, e non spera il bene. I dodici libri in cui è suddiviso il romanzo Filena sono scritti in una prosa scorrevole e, oserei dire, moderna. Essi ritroviamo il pensiero del nostro autore su temi a lui cari: l'amore per la sua donna, il legame forte con la sua patria, Benevento. Il secondo capitolo è dedicato all'Epistolario, dove il nostro Beneventano fa riferimenti a luoghi e a personaggi della sua città e della provincia di Principato Ultra. Qui preme sottolineare la valenza formativa che l'epistolario ha per la ricostruzione della Storia, con particolare attenzione alla dimensione locale di essa. I cambiamenti avvenuti in questi ultimi decenni nella scuola hanno contribuito a rendere il campo di ricerca sulla storia locale, un terreno ambiguo e di scontro, perché non sono mancate rappresentazioni del passato legate anche ad esigenze politiche attuali. Sono emerse anche proposte politiche che hanno trasformato a loro uso il passato regionale e locale, mitizzando le "piccole patrie", e costruendo identità chiuse in sé stesse, col risultato di produrre contrapposizioni ed esclusioni, anche stravolgendo le vicende storiche per idealizzare il passato. Valorizzando il patrimonio culturale locale come testimonianza e rappresentazione del passato e la presenza in esso di diversificate storie di uomini e di donne, si rende significativo il legame tra il presente e il passato in tutte le sue sfaccettature. La storia non è mai univoca, perché ogni azione dell'uomo ha in sé il germe dell'ambiguità. Siamo partiti dalla scuola e alla scuola facciamo ritorno; perché anche lì si gioca il ruolo che deve avere la storia nella nostra civiltà, che sembra perdere la cognizione del tempo passato e non sa intravedere quella del tempo futuro. Una corretta nozione del rapporto tra storia locale, regionale, nazionale, europea, e possiamo aggiungere globale, diventa determinante per acquisire la consapevolezza che l'identità sociale è fatta certamente di differenze e di dissonanze, ma anche e molto spesso di somiglianze e di percorsi condivisi. (V.I.)
Scartoffie beneventane. Volume Vol. 9
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 148
I Mendoza avevano inaugurato la lista degli Spagnoli di stanza a Napoli, nel 1555, con Bernardino, il quale, nel sostare a Serino, aveva dato inizio alla luogotenenza del Viceregno (1555-1556) ormai nelle mani di un Filippo II (1527-1598), dopo il ritiro del padre Carlo V (1556) e il dietrofront di Papa Paolo IV (1558), sancito dalla pace di Cateau-Cambresis.1 Re Filippo aveva ereditato un impero immenso, che ancora doveva scoprire le Filippine (1556), nuove isole a lui dedicate. Napoli sembrava davvero destinata a restare un viceregno. Sedati i malcontenti, il Mezzogiorno fu completamente degli Spagnoli, nonostante i Vicerè salternassero una volta l'anno: Ferdinando Alvarez di Toledo, Duca d'Alba (1556-1558), Giovanni Manriquez di Lara (1558), Cardinale Bartolomeo della Cuera (1558-1559). In origine Re Filippo ebbe solo due reggenti per le province italiane, uno nell'ex Regno e l'altro nello Stato di Milano, quali rappresentanti del Consiglio di Spagna. Il Generale napoletano Ferrante Sanseverino (1507-1568 o 1572) era il più dispiaciuto di tutti. Il Re non gli aveva confiscato i feudi per un pelo, almeno all'inizio. Fin da quando ancora non aveva ereditato il titolo di Principe di Salerno, si era sempre battuto al suo fianco, insieme al padre, Pier Antonio, a sua volta figlio di Bernardino. Carlo V era stato la sua unica speranza. Ferdinando il primo ad essere presente a Bologna, alla incoronazione dell'Imperatore (1530), armando a proprie spese le galee scese fino in Africa per liberare Tunisi (1535) e combattendo duramente, durante la quarta guerra contro Francesco I, nella speranza che Carlo invadesse Napoli. Ma la flotta turca non riuscì a raggiungerli e il tentativo di destabilizzazione fallì. Lo gratificava però che Carlo V avesse accettato di fargli visita nei sui feudi, in Calabria come a Napoli, seguendolo nuovamente in Germania come in Francia. Sarà sempre un Sanseverino, il IV Principe di Salerno e XIII Conte di Marsico, Don Ferdinando detto Ferrante, barone di S.Severino, Cilento e S.Gabriele, sposo di Isabella Villamarina figlia di Bernardo Conte di Capaccio, destituito per tradimento con la confisca dei suoi feudi a cui seguì l'esilio in Francia. Ed è in Francia che il Principe, uno degli uomini più potenti del Regno, riprovò a salvare Napoli, mentre Carlo V ora pensava solo alla pace. Voleva e doveva dividere il Regno, concedendo Napoli e la Spagna a Filippo II e l'Impero a Ferdinando. Quando le cose precipitarono, a Ferrante, non restò che accettare l'accordo di pace fra i regnanti d'Europa e continuare a vivere in viaggio, fra una guerra e un esilio, allontanandosi dal Palazzo di famiglia. A Napoli però era riuscito ad organizzare una società accademica segreta per studiare le scienze e le arti utili in caso di guerra e di pace. Ma anche per essere sempre pronto a sfidare quel Re Spagnolo che proprio non gli andava giù. In un'epoca in cui le scienze guardavano alle stelle e il popolo aveva fame anche di sapere, quella scelta, francamente, gli sembrò solo un passo indietro. Sanseverino fu anche uomo di cultura. Amante del teatro, se ne fece costruire uno nel Palazzo di Napoli, ma diede soprattutto vita ad un movimento filosofico segreto per incontro di culture diverse avendo come obiettivo lo studiò dell'alchimia. Sono gli anni in cui sono ancora in fasce Domenico Aulisio (?-1713), Gaetano Argento (1661-1730), Giovan Vincenzo Gravina (1664-1718), Niccolò Capasso (1671-1745), Niccolò Cirillo. Non sanno cosa riserverà loro il mondo quando Giovan Battista Vico sarà da tutti ammirato, ma "da nessuno pienamente inteso".
Scartoffie beneventane. Volume Vol. 8
Arturo Bascetta
Libro: Libro in brossura
editore: ABE
anno edizione: 2023
pagine: 148
Gli Aragonesi avevano annesso il Regno di Sicilia a quello angioino di Napoli nel 1442, grazie a volorosi capitani giunti al loro seguito dalla Spagna. Fra essi vi erano i fidati Don Pedro e Don Indico de Guevara, padre e figlio, i quali strapparono agli Angioini molti feudi importanti, come Potenza, Ariano, Montecalvo e Apice. Qui ancora non si era spenta l'eco della distruzione subita dopo "l'assassinio di Andrea d'Ungheria, marito di Giovanna I d'Angiò, e l'arrivo in Benevento e nel Regno del fratello del defunto re, Ludovico, la cui presenza non mancò di apportare danni alla Città e alla Provincia: un quartiere di Benevento fu incendiato e il 7 settembre 1348, Apice, assediata dalle forze del secondo marito di Giovanni, Luigi di Taranto, venne saccheggiata e data alle fiamme, mentre dal canto loro gli Ungheresi saccheggiavano Arpaia nella loro marcia verso Napoli". La liberazione dagli Angioini appariva davvero attesa dopo anni di usurpazioni e vessazioni. "Benevento che in questo periodo (1378) si era mostrata ostile al legittimo pontefice Urbano VI, fu governata da funzionari angioini che non mancarono di fare le loro vendette contro gli avversari dell'antipapa ed espulsero l'arcivescovo Ugone Guidardi. Con le lotte che poi imperverseranno fra i pretendenti al trono di Sicilia, durazzeschi e angioini, non senza gravi ripercussioni nella città pontificia, con l'avvicendarsi di instabili governi e domini, con la distruzione di beni e l'anemia degli esili, si chiude in Benevento il XIV secolo e con esso la florida vita economica di un cinquantennio. Nella Provincia assistiamo all'esodo di abitanti per sfuggire non solo ai pericoli delle guerre, ma anche alle gravezze fiscali: terre divenute vacue e incolte, decadenza di feudi, malaria e desolazione un po' dovunque. Telese vide discendere la sua popolazione, che aveva raggiunto circa trecento famiglie, a soli sedici abitanti, propter intemperiem aeris… et pestes alias subsecutas". Con l'avvento aragonese, Apice, appartenente al Distretto di Ariano. Da San Giorgio verso la Montagna di Montefusco vi erano invece i feudi del Distretto di Avellino ricadenti nel Principato Ultra, fra cui Morroni, Bonito e Melito, ex suffeudi della Contea di Apice. In realtà, i de Guevara, erano nella zona già prima della data ufficiale dell'insediamento aragonese in Napoli del 1442, impegnati ad annettere i feudi angioini al futuro regno aragonese. Don Pedro Vélez de Guevara, Signore di Onate, il quale sposa Costanza, figlia di Sancho Fernandez de Tovar e di Teresa de Toledo, era ad asserragliare proprio il castello di Apice già nel 1435, risultando il Capitano militare più potente di quest'area distrettuale. Al de Guevara, però, il feudo di Apice fu donato ufficialmente da Alfonso I d'Aragona solo negli anni a venire, dopo, evidentemente, la salita al trono del 1442. A Don Pedro de Guevara seguì Inico, il quale morì per le ferite riportate in uno scontro vicino Troia (1462) e fu sepolto nel monastero degli Zoccolanti di Ariano. Apice ed Ariano erano feudi consolidati della nobile famiglia spagnola che li abitava da decenni. Nella sostanza Pedro ed Inigo erano venuti in Italia al servizio militare di Alfonso V d'Aragona, già dal 1438, distinguendosi subito come migliori Capitani generali per la conquista del Regno di Napoli. In particolare, Inigo, ebbe per certo il titolo di Primo Marchese del Vasto, Conte di Potenza, Conte di Ariano e Conte di Apice, Signore di Vignole, Anto, Aliano, Alianello, Montecalvo, Casalbore, Francolo, Monteleone, Campagna e Ginestra per investitura del 20 agosto 1444, seguito nello stesso anno dal più importante titolo ereditario di Gran Siniscalco del Regno di Napoli, divenendo Cavaliere dell'Ordine del Toson d'Oro insignito dal Duca di Borgogna nel 1451 con brevetto n.49.

