Nel corso dell'epoca moderna, la nostra coscienza ha creduto di essere il sapere opposto agli oggetti del mondo, fino a quando la riflessione l'ha resa solo apparentemente capace di "riconoscersi nell'assoluto esser-altro come in se stessa", per cui essa ha preteso di saper pensare coerentemente tutto l'essere e ogni essere. In realtà, Hegel ha rimosso dal pensiero l'esperienza radicalmente alienante dell'alterità del nulla e della morte: se posso pensare tutto, è proprio perché io non posso pensare di essere nulla, cioè di non essere se non la negazione e contraddizione di me stesso. Dunque l'intero hegeliano è sempre già ricominciato perché non è mai interamente finito: è eternamente risorto perché non è mai realmente morto. Il primo Heidegger ha riaperto l'autocoscienza all'esperienza dell'alterità, presupponendo il nostro poter-essere come un "fondamento (in)fondato" o abissale che supera e trascende la nostra esistenza, e dunque limita la nostra conoscenza a progettare e a dover diventare tutto ciò che possiamo essere, oscillando tra la nullità angosciante dell'essere al mondo e l'immedesimarci indaffarato in esso per tentare di rimuovere quell'angoscia. Mentre mi ritrovo tanto incompleto da ignorare la mia origine, consistenza e destinazione, posso però decidere di riconoscere che "io sono un altro da me", cioè di riconoscere l'altro in me; solamente allora potrò riconoscermi nell'altro per ciò che esso è: solo abbandonandosi e aprendosi, la mia autocoscienza può incontrare, riconoscere e accogliere l'essere che si dona incarnandosi in tutto e in tutti gli esseri, cioè la trascendenza che si aliena in noi per ricrearci dal nulla della nostra alienazione e mortalità. In questa ricerca si è tentato di descrivere le manifestazioni della donazione agli esseri umani nelle dimensioni ontologiche e psicologiche, politiche e poetiche. La scrittura in particolare è un modo quasi metodico di riconoscersi abbandonandosi; essa è il riflettersi della coscienza di sé nella memoria che "si" ricorda, che ricomprende e così ricrea la storia della formazione della coscienza dal proprio inconscio pulsionale e morale, e dunque le esperienze che trasformano un essere umano attraverso l'essere del mondo altrui: riscriversi è ricrearsi. In questo senso la scrittura è la coscienza che, comprendendo il dono della mia esistenza nella nostra storia, realizza un'ontologia - fenomenologica in quanto estetica - delle esperienze dell'essere-dato e della donazione ricreatrice dell'essere del mio e nostro mondo. Nel Simposio Platone pensava che l'eros desidera sempre la cosa o la persona che non possiede, di cui si sente privato e che esso non è. Come l'amore anche la filosofia, il "philein ten sophian", porta e sopporta dentro di sé la presenza di una traccia che è allo stesso tempo la mancanza e il bisogno di una risposta o di una persona assente, la necessità di cercarla e il desiderio di trovarla, per ritrovare una parte essenziale di sé, o almeno di riconoscere i propri limiti rispetto a quella ricerca e a quella verità, entrambe infinite. Proprio come la filosofia, la scrittura vive, esercita e inscrive il desiderio che ricerca quella traccia di essere nel senso del suo essere donata, mascherata o falsificata, rivelata e riconosciuta, rimossa o negata, ritrovata oppure perduta... Un essere umano è anche, soprattutto il desiderio di tentare quella traccia diventando il proprio Altro e il "perché" della sua esistenza.
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Negare, donarsi, diventare il proprio altro
| Titolo | Negare, donarsi, diventare il proprio altro |
| Autore | Roberto Degrassi |
| Collana | Robin&sons |
| Editore | Robin Edizioni |
| Formato |
|
| Pagine | 778 |
| Pubblicazione | 2026 |
| ISBN | 9791257143312 |
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