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ABE

Bye Bye Covìd

Bye Bye Covìd

Antonio Sasso

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2021

pagine: 138

Un cittadino al centro della pandemia, bombardato da una serie infinita di notizie, considerazioni, speculazioni e mistificazioni. Sembra tanto un procurato allarme, ufficializzato dagli esperti che riversano sugli inermi, paure insicurezze utilizzando ogni mezzo, ignari di poter provocare profondi sintomi depressionali. E il protagonista di questo lavoro appare proprio al centro della confusione generale. Ha però la forza di abbandonare tutto e si rifugia in una realtà ai limiti della sopravvivenza. Lontano dalla società civile sceglie un modello di vita estremamente spartano. Rinuncia ai vantaggi che la vita cittadina offre, all'ausilio del telefonino e del computer, alla tv e persino alla corrente elettrica. Ne guadagna in una vita sana, piena di esperienze, che gode dei soli frutti della terra. È un allontanamento da tutto e tutti, nonché dagli affetti più cari. I conflitti generazionali con la figlia, però, dopo aver sperimentato questo modello di vita, si ribaltano. Ora è lei che si sostituisce al protagonista, che si impossessa dei campi e ci accoglie il suo compagno, il giovin signore che sloggia il protagonista nato dalla penna di Antonio Sasso, in questo spaccato moderno, fresco e veloce che esorcizza e vuole salutare a tutti i costi la brutta epoca vissuta. "Bye Bye Covìd" è proprio un libro che sdrammatizza quanto c'è da sdrammatizzare e riporta il lettore nel suo habitat naturale del quieto vivere.
15,00 €

Le dive del fonografo: 1900-2000

Le dive del fonografo: 1900-2000

Antonio Sciotti

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2021

pagine: 320

Il desiderio di raccontare delle protagoniste della canzone napoletana è maturato nel corso di diversi anni, durante i quali mi sono ritrovato ad occupare, eccezionalmente, anche le prime file dei ricordi di un'artista in particolare, la cantante Isa Landi. Le ore trascorse con lei hanno schiuso orizzonti conoscitivi e ispirato, idealmente, fondamenta per ricostruire scenari e contesti di un periodo sul quale il sipario era ormai calato. La Landi durante le nostre conversazioni si trasformava in una preziosa e ed umile spettatrice di un tempo, gli anni '40 e '50 del Novecento, nel quale lei stessa era stata protagonista indiscussa. Non si risparmiava nel dettagliare fatti, storie, meccanismi dello spettacolo di allora, al contempo dispensava un'incredibile ammirazione per Gilda Mignonette, Ria Rosa, Ester Baroni che lei considerava le dive per eccellenza. I suoi racconti, pregni di un vissuto in prima persona mai esclusivo, coinvolgevano un intero sistema nel quale si intrecciava il divismo dirompente di prime donne e un'umanità che lei distillava in aneddoti, chiacchiericci nei camerini ed informazioni inedite rivelatorie di profili umani sorprendenti. Isa Landi pur avendo avuto una carriera costellata da successi, contesa dalle grandi case discografiche e con un pubblico internazionale del calibro di Frank Sinatra, non si è mai lasciata persuadere, durante tutti i suoi racconti, da una facile autocelebrazione, piuttosto il suo straordinario piglio narrativo illustrava le tavole di un antico palcoscenico che ha finanche incrociato quello americano. Le peripezie di un mondo nuovo dovesi avvicendavano persino personaggi di dubbia dirittura morale, ed episodi che fotografavano un'epoca lontana che lei ha ripercorso con estrema lucidità senza scadere in sentimentalismi di sorta o recriminazioni opportune. La sua straordinaria memoria ha aperto vani sconosciuti nei quali ho scoperto tracce che mi hanno condotto a delle nuove conoscenze e ad indispensabili approfondimenti. La morte di Isa Landi ha inevitabilmente accelerato un ideale disegno di riscatto della memoria delle cosiddette regine del fonografo e lei diventa la capofila di un progetto nel quale ho inteso inserire le interpreti della canzone napoletana seguendo un preciso percorso. Le coordinate metodologiche adottate possono essere sintetizzate in tre punti fondamentali: le imponenti discografie che hanno suggellato l'epoca d'oro della canzone partenopea; le carriere discografiche nelle quali si rintraccia in maniera consistente l'alternanza della canzone commerciale con quella antica napoletana; la continuità di repertorio dialettale come cifra carrieristica che si evince nella scelta (per esempio di Virginia Da Brescia, Antonella D'Agostino o Grazia Gresi) di trasferirsi a Napoli, città che diviene la loro determinante fucina culturale. Eccezionalmente vengono incluse, malgrado il vuoto discografico, artiste come Marianna Checcherini, Emilia Persico, Amina Vargas, Giuseppina Bianco, Carmen Marini e Amelia Faraone perché in maniera consistente hanno contribuito alla diffusione della canzone napoletana a livello nazionale ed europeo. Ogni singola scheda riepiloga i successi derivanti, esclusivamente, dall'esecuzione di brani inediti, quindi esclude quelli relativi ai rilanci o alle rielaborazioni.
44,00 €

Lombroso e il crimine: briganti, mafia, camorra

Lombroso e il crimine: briganti, mafia, camorra

Massimo Giusio

Libro: Prodotto composito per la vendita al dettaglio

editore: ABE

anno edizione: 2021

pagine: 168

La notorietà di Torino quale capitale dello spiritismo ha avuto di recente grande risonanza. Un lungo elenco di pubblicazioni e di rapporti giornalistici ha riprodotto l'immagine di Torino quale "città magica", "concentrazione di sette segrete", "buia capitale dell'occultismo", "città di associazioni misteriose". In realtà la connotazione magica di Torino, quale suo genius loci, non ha fondamento, nonostante le decine di libri che l'hanno pubblicizzata. Questa "Torino magica" vive solo nella testa di chi ne ha scritto, dando connotazioni magiche al Museo Egizio, alla Sindone, al Manoscritto Tibetano, al Liber de potestate et sapientia dei e ad altri luoghi e simboli presenti a Torino. La connotazione magica di Torino non risulta perciò fondata e richiama piuttosto il contesto delle "credulità" o delle "leggende metropolitane". Le forme e i consumi magici attuali non sono una "specialità" di Torino, ma fanno parte di interessi magici più generali, tipici di questo periodo storico: ritorno degli astrologi e dei maghi, contatti e Fratellanze Cosmiche, era dell'Acquario, riscoperta delle religioni orientali, sperimentazioni newagers. Diversa attenzione, invece, potrebbe avere la ricostruzione della più antica tradizione esoterico-culturale ed associativa torinese che propone l'ultima opera di Massimo Giusio Lombroso e il crimine: briganti, mafia, camorra. Il volume tratta di tutti gli apporti scientifici del grande e poliedrico studioso Cesare Lombroso, non escluso quello della ricerca positivistica sullo spiritismo. É da dire che nessuna, tra le pubblicazioni di questi ultimi anni sulla Torino magica, ha mai dato attenzione a questa tradizione storica tipicamente torinese. Innovativo e utile è dunque il progetto di Giusio di ricostruire le componenti più dimenticate della grande figura intellettuale del Lombroso, al quale è toccata in sorte di avere tanta poca considerazione dopo la morte, quanta grande ne ebbe in vita, a livello internazionale, per le sue teorie bio-antropologiche del crimine. Si fa cenno qui alla presenza di Cesare Lombroso nella storia degli Annali dello Spiritismo in Italia pubblicati a cura della Società Torinese di Studi Spiritici dal 1864. La continuità di questa sub-cultura spiritica torinese, arricchitasi a fine Ottocento di istanze positivistiche ad opera di Cesare Lombroso e di ossessioni sperimentali e visive, rappresenta tuttora un tratto della Torino definita "città-laboratorio" per i suoi aspetti economici, sociali e tecnologici. Anche il laboratorio è una denominazione tipica del vitalismo positivistico e sperimentalistico lombrosiano, quello che creò tra chimica e biologia, spiritismo ed energia elettrica, mostri, il cui mito e simboli letterari sono noti per il loro carattere horror. Torino nel 1850, dopo alcuni casi di "possessione", era stata al centro di animate discussioni e confronti fra quanti sostenevano la credenza nella presenza del demonio e quanti affermavano il metodo scientifico come unico metodo di conoscenza. Queste discussioni erano vivaci nella Torino borghese che leggeva il volume pubblicato a Parigi nel 1857 II libro degli spiriti di Allan Kardec. In quegli anni era già operante nella capitale sabauda la Società Torinese di Studi Spiritici dedita allo studio dello spiritismo. Contemporaneamente era nato nel 1855 il Magnetofilo che si occupava di problemi attinenti alla scienza, ma anche di fenomeni spiritici. [dalla introduzione di Luigi Berzano]. Con interventi di Valentina Ciappina e Lorenzo Ciravegna.
25,00 €

Cronache dei tempi miei. Volume Vol. 2

Cronache dei tempi miei. Volume Vol. 2

Loyse De Rosa, Virgilio Iandiorio

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2021

pagine: 144

Si è pensato, d'accordo con l'editore, di suddividere la "traduzione" in italiano corrente del manoscritto del De Rosa in più volumi. Al primo volume pubblicato nel mese di gennaio di quest'anno, fa seguito questo secondo e quanto prima sarà dato alle stampe anche il terzo. Un libro "snello" si presta meglio ad essere letto tutto d'un fiato, e accresce la curiosità e l'interesse del lettore per una storia così varia e così ricca di eventi e di personaggi. Questo secondo volume continua la suddivisione in capitoli, come nel primo, dando ad essi un titolo. Si ribadisce che nell'originale l'autore non ha fatto suddivisione in capitoli e paragrafi. Nato a Pozzuoli nel 1385, Loyse De Rosa ha trascorso la sua vita a contatto della corte di Napoli, quale maggiordomo di re e di regine. A metà del secolo XV decide di scrivere della sua esperienza, narrando fatti e personaggi che ha visto di persona o di cui ha ascoltato storie degne di fede. La sua narrazione si arresta all'anno 1475; e questo induce a credere che la sua morte sia avvenuta poco dopo quell'anno. Possiamo definire la sua narrazione popolare? Se popolare sta ad indicare il racconto di fatti "meravigliosi", questo non è sufficiente per dargli tale definizione. Prendiamo la vicenda della crociata, riportata nel primo volume. Il De Rosa descrive il comportamento del Sultano verso i Crociati arrivati per via terra in Palestina. Viene quasi "rivisto" il rapporto dei cristiani con i musulmani, dal momento che quella che doveva essere una guerra, si trasforma in una grande festa. Come non ricordare la Novella IX della decima giornata del Decameron, in cui Boccaccio descrive la cortesia del Saladino. Non saprei dire se De Rosa avesse letto la novella boccacciana, scritta un secolo prima; conosceva, però, la Novella XXIII della raccolta di fine Duecento, che va sotto il nome di Novellino, in cui si racconta della prodezza e generosità del Saladino. In questa novella, i Cavalieri crociati vengono sconfitti da Saladino, e molti di essi fatti prigionieri. Quando un cavaliere francese suo prigioniero, per il quali nutriva molto affetto, gli chiese di poter ritornare in patria, il Saladino non solo lo lasciò libero di partire, ma fece chiamare il suo tesoriere e disse: «Dalli CC (duecento) marchi d'argento. Lo tesoriere li scriveva in escita». Nel racconto di De Rosa i crociati sconfitti ricevono dal Sultano, che li lascia andare liberi, delle somme di denaro, quale rimborso delle spese sostenute per arrivare in Terra Santa con i loro eserciti." Chi avrebbe mai creduto che in queste novelle come nel racconto di De Rosa «ci fosse tanta ricchezza di contenuti e un messaggio così convinto e così ancora attuale di rispetto e di ammirazione, insieme al suggerimento di non rinunciare mai al dialogo interculturale e alla collaborazione, a livello dei popoli più ancora che degli stati».2 La Guerra dei Cent'Anni 3 si era conclusa da poco tempo, ma la vicenda tragica e gloriosa di Giovanna d'Arco era già ampiamente conosciuta in tutto il continente. E De Rosa dimostra non di averne una vaga conoscenza, ma di saperne bene il suo svolgimento. Le Ditié de Jeanne d'Arc di Christine de Pisan del 1429, costituisce una testimonianza notevole degli eventi che sconvolsero la Francia durante la Guerra dei Cent'anni. La poetessa francese (n. Venezia 1364 circa - m. forse Poissy 1429 circa) aveva dunque una cultura moderna che le valse a giusto titolo la qualifica di umanista. «Al momento della presa di Parigi da parte dei Borgognoni, fuggì dalla città in rivolta e dal massacro per ritirarsi in un monastero - forse quello di Poissy, dove la figlia era monaca - per meditare con disperazione sulle disgrazie della sua patria di adozione.
35,00 €

Constança de Sicìlia. Costanza di Svevia fu Beatrice di Savoia e Re Manfredi di Puglia

Constança de Sicìlia. Costanza di Svevia fu Beatrice di Savoia e Re Manfredi di Puglia

Arturo Bascetta, Sabato Cuttrera

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2021

pagine: 108

La principessa ebbe il nome della bisnonna, sangue di Ruggero II Altavilla. Si capì subito l'amore dei genitori verso le casate degli avi, immersi nei possedimenti, giunti al ramo svevo, per acquisizione tanto della Puglia, quanto della Sicilia. L'imperatore Federico II, suo nonno, non era ancora morto, prima di Natale del 1250, che lei era già nata, da suo figlio naturale, Re Manfredi, che mantenne la Corona di Sicilia per ben sedici anni. Sia ben chiaro, Principato del Regno fu sempre il Gargano, ma a Beatrice, fresca sposa sabauda, piaceva Catania, e lì nacque l'adorata creatura. Le fu posto nome di Costanza anche per attenuare pene e sofferenze della casata degli Svevi del Principato pugliese, che riuniva il suo Parlamento in quel di Barletta. Costanza fu allattata a corte dalla giovane regina figlia di Amedeo di Savoia, di cui già godeva, per eredità dotale, di alcuni feudi. Ma ebbe anche una dama per nutrice, chiamata Bella d'Amico, fresca sposa di Laùria, suffeudatario calabrese, anch'ella puerpera, essendo madre del piccolo Ruggiero di Laùria, suo fratello di latte e poi di vita. Bella fece da nutrice e da dama di compagnia, restando per sempre donna di camera della principessa, come una seconda madre, specie dopo la morte di Beatrice, avvenuta prima del 2 giugno 1259, data del secondo matrimonio di Manfredi, Principe di Taranto, con Elena Ducas, almeno a dire di Bartolommeo di Neocastro. Alla morte di Federico II, infatti, fu il figlio vedovo Manfredi, pur essendo spurio, a reggere il trono, come recita il testamento. Il patto era di riconsegnarlo all'erede legittimo, il fratellastro Corrado IV di Germania, che però la malaria volle colpire a morte, in quel di Lavello, nel 1254, dopo un paio di mesi di malattia, in cui corse anche voce che Manfredi lo avesse fatto avvelenare. Delle sue spoglie, il cui cuore e le viscere furono tumulate a Melfi, mentre il resto del corpo giunse a Messina, dove si svolsero nuovi funerali (prima della sepoltura definitiva a Palermo). A tal proposito il mesto avvenimento, per via del gran numero di ceri, è ricordato perché nel corso del rito si sviluppò il furioso incendio che distrusse il Duomo, senza mai capirne le vere cause.3 be potuto andare a Venezia per spendere le somme cospicue che gli vennero addebitate…. Costanza mostrò la sua abilità politica di sovrana e di cristiana, dopo aver sistemato anche le figlie: Isabella a Regina del Portogallo e Violante a sposa di Roberto d'Angiò. La perdita del primogenito Re Alfonso Il Liberale e del secondogenito Pietro, Principe d'Aragona e di Sicilia, restò una piaga insabile, ma c'è da dire che anche gli altri tre maschi non fecero altro che le sue volontà, fino all'ultima trama di questo lungo film, riavvolto a Roma dai pontefici. Qui, durante il pellegrinaggio, come la migliore suddita al mondo, guardata a vista da Giovanni da Procida, chiese e ottenne ogni giorno indulgenze, in attesa che il figlio Re d'Aragona venisse a trattare la pace con Re Carlo d'Angiò e con suo fratello Re di Sicilia. Poi se ne tornò felice in Catalogna, dove dispensò amore al popolo per l'anima del fu marito, e per la sua, facendo innalzare molti monasteri. Così il cronista: - Feu molt de be per l'anima del senyor Rey en Pere, marit seu, e per la sua, e feu molts monestiri e molts d'altres bens.102 Quando raggiunse Barcellona, per lealtà e imparzialità con la prole, li donò alla casa dei frati minori dell'altro figlio, che era Re Namfos d'Aragona, sposo dell'Infanta, e lì restò, dove morì vestita con l'abito dei frati minori…
35,00 €

Beato Andrea di Patrasso. Ducato Hea di Palinuro: 1088-1102. Il porto di Salernitana nella Calabria di Malfa

Beato Andrea di Patrasso. Ducato Hea di Palinuro: 1088-1102. Il porto di Salernitana nella Calabria di Malfa

Sabato Cuttrera

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2021

pagine: 108

Fra il 1088 e il 1102 assistiamo alla frammentazione dei tre vecchi ducati, Apulia, Sicilia, Calabria, che vanno a sostituirsi con altri per la guerra scatenata dal Papa all'imperatore che porterà al loro disfacimento con la nascita dei nuovi ducati.
35,00 €

L'era della «Recuperazione» nella nuova Amalfi del Duca. Il Decennio dei Salernitani di Palinuro dal 1101 al 1111
35,00 €

Maria di Bretagna, Marie de Blois

Maria di Bretagna, Marie de Blois

Arturo Bascetta, Sabato Cuttrera

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2021

pagine: 144

Re Luigi lasciò Arles a mezzanotte del giorno 23, travestito di piquet da cameriere, insieme a otto compagni, vestitz totz de pigetz coma vailetz. Montpellier accenna alla bellezza di questa ragazza tenuta in gran segreto, da essere sconosciuta a tutti, a meno del fratello. Tornò ad Arles il 26 novembre, all'epoca dei Vespri e il 1 dicembre, Yolande d´Aragon, fece il suo ingresso ad Arles attraverso la Porte della Cavalleria, dopo aver dismesso il vestito da viaggio e indossato per ornamento la sua corona di Regina, e onorato le reliquie portate dalla città benedette dall'arcivescovo di Marsiglia. La nuova Regina di Sicilia salì poi su una corriera adorna alla maniera regale, facendo il suo ingresso dalla Porta principale e ricevendo grandi onori dai quattro amministratori della città, che indossavano un baldacchino blu decorato, preceduta dal suo futuro marito, scortato da Carlo di Taranto e dal Conte aragonese di Prade. Il matrimonio reale restò per molti anni impresso nella memoria dei marsigliesi. Maria passò a miglior vita il 7 novembre del 1404, prima che Luigi II tentasse la sua seconda riconquista del Regno di Sicilia. Scrive Francois Arlot che neppuglie ad Arles fu dimenticata, con una bellissima cerimonia funebre, il 21 settembre del 1405. È in Saint Trophime che il suo feretro ebbe un catafalco ricoperto da una tela nera d'oro, fra 100 torce e 400 candele che ardevano tutt'intorno. La messa fu officiata dall'arcivescovo e tutte le chiese della città suonarono il campanello. Ogni amministratore offrì in devozione una torcia, sfilando in silenzio, seguiti dalla gente comune e dai bambini con una candela di cera. Furono presenti quattro ordini mendicanti, le monache di Saint Césaire, cappellani e canonici della cattedrale per una donna che si era comportata come un Re. Aveva superato molti principi, per dirla con le parole del Bourdigné, in coraggio e in saggezza. Proprio come una vera sovrana: Marie de Blois, Regina di Sicilia…
35,00 €

Il trono di Puglia di Rogerio Borsa. Barulo di Civitate distrutta dal sisma del 1088

Il trono di Puglia di Rogerio Borsa. Barulo di Civitate distrutta dal sisma del 1088

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2021

pagine: 128

Le complesse vicende del periodo normanno di Rogerius (detto anche Ruggiero, ma non è un Altavilla) cadono, una dopo l'altra, nella nuova collana di ABE, a cominciare da questo volume. Bascetta snocciola, in maniera viscerale, luoghi, fatti e volti che si riprendono la scena dopo la morte di Roberto il Guiscardo dei «Magnifici». A guidare i «Guiscardelli» c'è l'erede Rogerio Borsa, Duca di Puglia, che litiga col fratellastro Boemondo, strappandogli dalle mani la corona di Re, spinto dalla madre salernitana. La Principessa Sichelgaita non vuole lasciare il Regno di Puglia che si sta costruendo sul Gargano per Salerno e avvia una guerra infinita fra i due consanguinei, sposata dal Gran Comes degli Altavilla. Finirà che sarà il terremoto del 1088 a distruggere la costruenda reggia di Borsa, nell'Urbe S. Maria Beroli della Basilica di San Giovanni, capitale dell'antico Principato della Pentapoli di Arechi II. Borsa farà le valige lasciando tutto nelle mani dello Zio Ruggero Altavilla, scelto dal papa a Marchio, cioè a Vicario della Chiesa nella antica sede consolare dei Romani e dei Franchi, che fu S. Maria in Teate. Il trono di Urbiniano di Uniano non nascerà mai, perché si chiamerà Urbiriano di Iriano la vicecapitale di Pavia, il Principato del Regno della Longobardia di Ruggero I della stirpe degli «Altavilla». Lo zio di Borsa gli aveva usurpato di fatto il nascente Regno di Puglia, rispedendolo esiliato a Salerno, espropriandolo del Ducato dove fece nascere la Marca di S. Pietro a Ripalta della Serra. Spinto dall'Imperatore, come accadeva ai tempi di Carlo Magno, fu pronto alla scena fu un altro nipote, Roberto dell'Aquila della linea dei «Loritelli», a cui l'Altavilla aveva ucciso il padre, pronto a vendicarsi e a liberare l'antica Trinità dei Campi Marini, nella Sabina di Torre Maggiore. Il suo interesse e quello dell'Imperatore fu di riportare il trono nella Villa Magna di San Michele Arcangelo del Monte Gargano, di fronte all'isola di Diomede, dove sbarcò Enea e dove nascerà il Regno di Puglia.
35,00 €

L'età dei comuni a Civitate Beneventana. Il ridimensionamento del Sannio nei confini del 1101

L'età dei comuni a Civitate Beneventana. Il ridimensionamento del Sannio nei confini del 1101

Arturo Bascetta

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2021

pagine: 112

Il Principato del Regno Longobardo di Pavia fu nella Contea delle Isole Tremiti e fu detto Principato Italia anche dopo il suo fondatore, Arechi II, vicario dei Carolingi a San Giovanni del Monte Gargano. E tale rimase, sotto i Francofoni, sulla medesima via Francigena che conduceva all'Urbe dedicata alla Vergine Maria. Il territorio fu poi compreso nel Giustizierato di Roberto Loritello, che sedette nella Gran Contea di Siponto e affidò Lesina al suo Alarino, sempre in nome dell'Imperatore e del Papa. Quando gli accordi saltarono, il pontefice fece nascere la Marca di Puglia a Urbiriano del Guiscardo, fra i ruderi dell'antica Teate del consolato latino, e l'Imperatore ripristinò il Castellovetere di Troia a Urbiviano, la vicaria Ecana alla Ripalonga delle monache sofiane, fra i ruderi dell'antica Teano Apula canosina. È questa la brillante sintesi dell'ultimo volume di Arturo Bascetta che riporta ogni personaggio, normanno, greco, o bizantino che sia, nel suo legittimo territorio, seguendone spostamenti, espropri, soprusi. Qui nasce un altro viaggio nella ex Longobardia Meridionale che ora possiamo affermare essere stata contesa da due schieramenti, che ne procurano viceregni diversi. Essi furono sedi di due capitali: Civitatense, che era latina, salernitana e papalina; e Troia, che era romana, beneventana e imperiale, vicine fra loro, ma distinte, nel 700 come ancora nel 1101. Padrone di Monte Sant'Angelo, però, fu sempre Borsa, in nome di un solo Regno di Puglia, quello dei pii, martiri e pellegrini della Croce. Per il figlio legittimo del Guiscardo non esistevano né papi e né imperatori, di cui si servì con destrezza e abilità, così come essi avevano fatto anni addietro, quando giunsero dalla Sarmazia, anteponendogli i crociati della Normandia.
35,00 €

L'antica Esperia, universo di Enea «l'Atum» Italia dal 950 a.C. al 100 d.C.

L'antica Esperia, universo di Enea «l'Atum» Italia dal 950 a.C. al 100 d.C.

Sabato Cuttrera

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2021

pagine: 208

L'originario litorale di un corno e un'isola sono l'Italia dell'Esperia. Urbe Latina detta anche solo Urbe dagli scrittori latini, è confusa spesso dai con un'altra capitale, che è Urbe Roma, dagli stessi scrittori romani. In un discorso così semplicistico in verità le difficoltà aumentano nella ricerca dei luoghi dell'antico Latio, ma l'Autore, in questa nuova collana sui luoghi antichi dell'Italia prima dei Normanni, ci presenta un'Apulia inattesa, inaspettata. Senza arenarci abbandoniamo dunque momentaneamente Plinio per dedicarci a Servio, lo storico del poeta Virgilio. Servio, chiaro fin da subito, riapre egli stesso la questione del doppio Lazio: Latium duplex est. E questo ancora ai suoi tempi. Infatti, a suo stesso dire, si aveva un Latium a Tiberi, presso Fundi, e l'altro presso il Vulturnu, definito Vecchio Latio, fra cave e monti, in origine abitate dai Casci, aggiungendo che il Latio dell'agro di Lauro dove fosse sbarcato di Enea fu quello abitato dai Latini E l'Autore ricomincia proprio da zero, dal Promontorio detto Iapygia che scorre per l'Italia lunghissimo nel mare, per risalirlo e giungere subito all'Esperia, sul confine del Lato antico dell'Universo di Enea distrutto dalle fiamme eruttate dalla stella. L'Esperia era proprio un litorale, in agro Troiano, inghiottito dalla lava, che generò l'orto del male oro: la Daunia. Questi gli argomenti con note in latino: I Latini primi abitatori dell'agro Laurentia dove approdò Enea fondando Uria-Troia a Laurolavinio, Urbe dei Latini dell'isola di Diomede. Urbe Troia di Enea fu in agro Lauro dei Monti Casci del Vulturnu in Latio antico (Sicilia liviana). Pachynum, Lilybaeum e Pelorum: le città sui tre lati di Trinacria, la grande isola fra Austrum, Africam e Mare Tyrrhenum che degradavano a Capo Aetna. L'Insulam di Syracusae, Ortux dei Greci, chiamato Ortigia dai Romani e infine Isola di Delos che non era la vera Delos di Creta. L'ex Messapia (Calabria) di Tarento Brundisio col Golfo di Oppido Laconu e l'ex Messapia Apula (Iapygia) di Peucentia in Agro Sallentino con Oppido Tarento Uria. L'Esperia: Noba Orbe Carthagine a Poenorum occupata dai Siculi, al confine con il Latium Antiquo dell'Universo di Enea distrutto dalle fiamme eruttate dalla stella L'isola Italia della stella di fuoco di Selva Sorori, Regno di Hesperio sul fiume Padus sommerso dalla lava dell'Heridano rientra in Magna Grecia con i Calcidesi che vi fondano la prima Kyma. L'originario litorale di un corno e un'isola sono l'Italia dell'Esperia, mentre Orbe Carthagine a Poena fu distrutta dalla lava e rifondata a Cuma. L'Italia dell'Hesperia assorbita dai Greci vide la nascita di Cuma proprio sull'isola Euboea alla foce del Vulturno nel territorio del Latio antico. I Galli spinti verso l'Ausonia perché cacciati dalla Sicilia, dove viene fondata Urbe Roma, alla foce della Colonia Hadria dei fiumi Hadriatico, salendo per il territorio dei Piceni, oltre Castello Novo di Hadria e i fiumi Batinu, Vomano, Albula.
35,00 €

Arechi II principe di Carlo Magno. Il consolato carolingio della Via Francigena

Arechi II principe di Carlo Magno. Il consolato carolingio della Via Francigena

Arturo Bascetta

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2021

pagine: 128

Lo sbarco dei Longobardi sul fiume Aquilone di rimpetto alle Tremiti, il Regno di Milano, il Ducato Foroiuliense a Nuvla Uria, la Marca Samnia di Gisulfo II a Prata Flaminia, la Vicaria Portuense di Re Desiderio a S. Sofia Vetere, il Ducato di Arechi fra Vena Ventara e Vena Acquosa, il Consolato di Carlo Magno a Villa Francisca, il Principato di Arechi a Villa San Giovanni. Arturo Bascetta, in questo volume sulle prime vicende storiche dei Longobardi, traccia un profilo concreto delle fondazioni operate dai Beneventani ante «Divisio Ducatus», facendo emergere la centralità dell'antica Prata Gargano. Un viaggio da Uria antica della Campania a Nuvla Yria dei Salernitani, che nasce e si conclude, dopo mille peripezie, nel Principato Beneventano della Villa Magna dei Franchi. Siamo nel «Loco Sano» più sano che la storia ricordi, nelle mura del Palazzo di San Pietro costruito da Tatone fuori l'Urbe sofiana «erga mare», quartier generale sud di Carlo Magno, padrone del Porto di Siponto e della Via Francigena. Ma siamo anche nella vicina Urbe di San Giovanni, sede del Principato del Pentano fondato da Arechi II, fra le sue cinque corti Lucerine, al du qua del Gargano, nella Marca Vaticana della Serra, dove è appena nata la capitale cattolica del futuro Regno di Puglia, nella Basilica di S. Maria dei Martiri di Teate. Quasi una guida, più che un libro, quest'ultima pubblicazione di Bascetta; seppure sia chiaro, come afferma l'autore, che siamo solo ai «rudimenti».
35,00 €

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