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ABE

Storia della sceneggiata. Guappi di cartone dal teatro alla Tv (1840-1980). Almanacco della canzone e del teatro napoletano dal palco alla televisione nazionale

Storia della sceneggiata. Guappi di cartone dal teatro alla Tv (1840-1980). Almanacco della canzone e del teatro napoletano dal palco alla televisione nazionale

Antonio Sciotti

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 200

Il tomo è diviso in tre parti: quella delle origini, quella della storia della Compagnia Cafiero-Fumo (la formazione che ha rappresentato e fatto conoscere la sceneggiata su tutto il territorio nazionale), e quella del rinnovamento e del boom degli anni '70 che coincide anche con la morte della sceneggiata. Il primo esempio di sceneggiata lo ritroviamo nel lontano 1840 al teatro San Carlino, dove recitano il Pulcinella Salvatore Petito e il buffo Pasquale Altavilla, quest'ultimo nel doppio ruolo di attore e commediografo, nonché un nutrito numero di attori, ben conosciuti al pubblico, tra cui anche Raffaele Cammarano, figlio di Giuseppe e nipote del popolare Pulcinella Giancola. Pasquale Altavilla è, in questo periodo, il commediografo ufficiale della compagnia con una scrittura che si ispira quasi sempre a fatti di cronaca rosa o nera realmente accaduti. Ebbene, sul grande successo di Piedigrotta della canzone Te voglio bene assaje, scrive per la Comica Compagnia Nazionale la rappresentazione Te voglio bene assaje e ttu nu pienze a mme. Nella commedia, la canzone Te voglio bene assaje viene intonata dal personaggio Scazzuoppolo (Pasquale Altavilla) e, in altra occasione, da Scazzuoppolo e Luisella (Concetta Ardoino). Inoltre, al termine della rappresentazione, tutta la compagnia esegue un balletto coreografato da Salvatore Petito, proprio sulla musica di Te voglio bene assaje. Dalle origini ottocentesche, si passa all'evoluzione e alla maturità di struttura della sceneggiata degli anni '20 e '30 grazie all'importante contributo della Compagnia Cafiero-Fumo. Poi, dopo un periodo d'indifferenza e di declino, si registra il prepotente ritorno negli anni '70 che coincide con la crisi del teatro d'arte. Capisaldi di questo nuovo boom sono le compagnie di sceneggiata dirette da Mario Merola, Pino Mauro, Mario Da Vinci e Mario Trevi e, successivamente, quelle dirette da Carmelo Zappulla e Nino D'Angelo. Questi ultimi, nella prima metà degli anni '80 del Novecento, completano ed esauriscono il fenomeno della sceneggiata.
44,00 €

Delitto a ponte Santa Trinità, l'amato assassinato: Pietro Bonaventura, rivale del granduca Francesco I de' Medici di Firenze

Delitto a ponte Santa Trinità, l'amato assassinato: Pietro Bonaventura, rivale del granduca Francesco I de' Medici di Firenze

Arturo Bascetta, Sabato Cuttrera

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 200

Gli omicidi non sono tutti uguali e in questo libro non sono uguali neppure le tre storie sulla fine ingloriosa dello sposo più bello del Granducato di Toscana. L'efferata uccisione di Pietro Bonaventura, della stirpe dei Bonaventuri, gentiluomini di Firenze, rimase una macchia indelebile ai piedi del Ponte di Santa Trinita. E non solo perché il povero amante di Cassandra era a sua volta tradito dalla moglie Bianca col Granduca Francesco I de' Medici, ma anche perché furono in dodici a finirlo, mentre inseriva la chiave nella toppa di casa. Pezzi del suo cervello restarono sul muro, mentre ancora il commando, guidato dal nipote dell'amante, sferrava la coltellata n.24. Non un urlo gli uscì dalla bocca tremula, ma solo un ultimo flebile respiro di quel corpo senza vita: - Deh, non più, di grazia: poiché io sono morto! E' la stessa moglie Bianca Cappello a raccontarlo nelle sue Memorie del 1585, quelle che qui abbiamo posto al confronto con una novella di Celio Malespini, scritta appena vendi anno dopo e che lui stesso considera «istoria vera». Non contenti, come di stile, abbiamo inserito nel testo una terza cronaca tratta dal manoscritto originale di Silvio e Ascanio Corona, anch'esso dei primi del Seicento. Questo omicidio, così efferato, a cui seguì quello di Cassandra Ricci, amante uccisa sempre dal nipote, fu presto messo a tacere dal Granduca, il quale, da compagno della vedova, ne divenne sposo. La favola dell'amore ricco cancella quella dell'amore povero. La fine del bel fiorentino, che aveva rapito per amore la bella veneziana, viene così messa a tacere. È la stessa Bianca a scoprire le carte del complotto che l'ha fatta Granduchessa di cui appare mandante, pur non essendolo, proprio il Granduca. Le cronistorie di altri autori arricchiscono la premessa e l'appendice, alle tre cronache del testo trascritte in fedeltà, e aiutano il lettore a penetrare in questa storia vera. Egli si ambienta perfettamente negli anni di fine Cinquecento, respirando l'aria di quando l'amore vinceva sugli atti matrimoniali. Ma è proprio l'affetto così smodato, ineguagliabile, della favola vissuta da Bianca e Pietro, a vacillare e a mostrare il suo punto debole, ora nella forza del potere e del comando, ora in quella del danaro di una eredità, che è poi la stessa cosa. Le «corna» frapposte dai rispettivi amanti, accettate dalla forza dell'amore, cadono miseramente davanti alla possibilità di diventare ricchi. Ecco allora che il più grande dell'amore, quello che aveva falsamente rinunciato al vile danaro per essere vissuto in carne e ossa, fallisce e svanisce con la bellezza del corpo che lascia spazio solo al rammarico, al rimpianto e alla voglia di rifarsi una vita. L'arma della passione di un nuovo amante, quello che stavolta può farti diventare ricco, è l'unica salvezza dall'amore puro che ti vuole per sempre povero.
33,00 €

Il viceré di Toledo: Fernando Álvarez de Toledo y Pimentel, viceré di Napoli

Il viceré di Toledo: Fernando Álvarez de Toledo y Pimentel, viceré di Napoli

Arturo Bascetta, Sabato Cuttrera

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 164

"Presentare un testo storico di Cuttrera e Bascetta è sempre una emozione. Colpisce innanzitutto la ricerca certosina delle fonti, le più svariate e miracolosamente rinvenute dalla pazienza infinita. Si sa. La storia è ricerca, continua e costante. E quella di Arturo è una vera e propria indagine, attenta e scrupolosa, dei fatti e degli avvenimenti storici, analizzati in modo diligente, esaminati con quella curiosità che è la base per conseguire risultati fecondi e fruttuosi. Tale tipo di ricerca, affrontata con grande cura e impegno, è caratteristica precipua del Nostro. Il suo è un vero e proprio scandaglio tra le numerosissime fonti esistenti nei luoghi più impensati che la sua sagacia riesce a scoprire, perché guidato da un fiuto storico invidiabile e che sbircia nei cunicoli degli archivi e delle biblioteche delle varie città d'Italia e dell'Europa, testimonianze spesso sfuggite anche a storici di professione. Cuttrera, in tutti i suoi scritti storici, è il primo ad assaporare la vera cognizione della storia per trarne un nuovo sapore e trasmetterlo in tutta la sua intensità ai lettori. Le azioni, i fatti, gli eventi sono dei veri ritratti che evidenziano una visione della storia precisa e attuale. Tratta il tutto senza alcuna pietà. Senza alcun falso moralismo. La sua storia è come una ventata di aria fresca, aperta, quasi violenta. Attira e sconvolge. Tutto ciò si coglie in questo brillante volumetto dall'emblematico titolo. Un caleidoscopio di persone e fatti, non facilmente rinvenibili in storie di "spessore". Troviamo innanzitutto notizie precise e documentate, insieme a quelle sull'intero Mezzogiorno d'Italia e di Napoli in particolare, su luoghi, vicissitudini e fatti di diverse province. Il libro pone in rilievo, con onestà intellettuale e scavo delle fonti, interrogate sui loro più terribili segreti, tirando fuori fatti e personaggi da altri abbandonati all'incuria del tempo, all'oscurità, se non proprio alla morta gora, la palude dell'Inferno. Fatti, avvenimenti, personaggi trattati in modo chiaro e, a volte, con linguaggio aulico, derivante direttamente dall'opera originale consultata, sia nei loro pregi che nei loro difetti, sia nelle loro ragioni che nei loro torti, sia negli atti di valore che in quelli meschini. Sfilano dinanzi ai nostri occhi viceré, conti, baroni, marchesi, nobili cardinali che fanno il bello e il cattivo tempo sulla pelle dei sudditi, dei più deboli e miseri della società. E nello stesso tempo ribellioni eroiche del popolo oppresso dalle angherie, dalle ingiustizie e dallo sfruttamento feroce che riducevano la gente alla miseria e alla fame."
35,00 €

Il viceré di Ripacorsa: Juan de Aragon conte di Ribagorza (1507-1509). I viceré di Napoli. Volume Vol. 1/2

Il viceré di Ripacorsa: Juan de Aragon conte di Ribagorza (1507-1509). I viceré di Napoli. Volume Vol. 1/2

Arturo Bascetta, Sabato Cuttrera

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 142

Questo testo ha un filo conduttore invisibile che porta il lettore per mano fino all'Inquisizione. Basta pensare a come Cristoforo Colombo trattò gli Indios e a come il suo Re trattò lui. Poi la verità di Amerigo Vespucci, mentre Napoli, afflitta, affranta e gaudente per la fine aragonese, mostra tutte le contraddizioni della metropoli, ma anziché reagire, si accontenta della retrocessione a vicecapitale spagnola. La beffa della luogotenenza, affidata all'ex Regina Giovanna III e alla figlia Giovanna IV, fà dell'abilità di Ferdinando il Cattolico - usurpatore del reame della figlia, fatta passare per loca, e del mezzo regno francese, ereditato dalla nuova moglie dei de Foix - l'arma vincente per buttare fuori dal reame anche il Papa e ridisegnare le province del Principato di Salerno, ridimensionando la Chiesa fra le mura della sola Benevento. L'infamia che obbliga gli Ebrei a farsi riconoscere col bollino rosso e l'idea di perseguitarli, pescandoli a festeggiare durante i piagnistei pasquali, danno l'immagine di un regno a gestione familiare, nelle mani di figli e parenti. E l'idea di sabotare l'illuminismo riesce benissimo all'ingrato Re di bronzo che lascia il lavoro sporco ai frati, usurpando beni materiali e immateriali, tanto ai nuovi convertiti quanto ai filosofi. L'unica cosa che conta, per gli Spagnoli, sono i miracoli, le rendite, i benefici e le commende che andranno a scalfire tutti i patrimoni. L'ostentazione effimera del potere non sfugge ai ricchi notai, i soli capaci di trasformarsi in cronisti, per raggirare la regressione e alimentare il malcontento dei Castigliani, scippati della Corona, tanto dei Castelli di Castiglia, quanto dei principati napoletani. C'è da dire che l'astuto Ferdinando, soffiando sui focolai antisemiti, incalza spedizioni punitive che il Viceré Ripacorsa recepisce ma non persegue, adattandosi alla napoletanità e disertando i parlamenti cittadini. La moglie, del resto, è una ricca femmina che preferisce il lusso della Corte alle grida dei poveri e al muso lungo delle ex regine, continuamente a lutto, nel chiuso di Castelcapuano, ripudiando fasti e onori. L'invasione dei grilli neri e dei topi, la morìa del bestiame, il terremoto di Messina, e altri accidenti provocati dalle persecuzioni, stimolano però il Viceré a liberare la Puglia dai Veneziani per garantire il grano alla capitale, rimasta senza commercio. L'operazione contro eretici e malefici alias Janare dà buoni frutti, ma la speculazione viaggia di pari passo agli abusi e approfitta delle persecuzioni verso uomini di lettere e donne ghibelline, accusate di malefici e magia nera. Gli ingredienti per la rivolta popolare ci sono tutti. Presentare un testo storico di Cuttrera e Bascetta è sempre una emozione. Colpisce innanzitutto la ricerca certosina delle fonti, le più svariate e miracolosamente rinvenute dalla pazienza infinita. Si sa. La storia è ricerca, continua e costante.
60,00 €

Processo al principe sulla scena del crimine. Caso n.1 Gesualdo da Venosa e i tre servi assassini

Processo al principe sulla scena del crimine. Caso n.1 Gesualdo da Venosa e i tre servi assassini

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 112

Il delitto di Gesualdo, noto anche come Gesualdo da Venosa (Venosa, 8 marzo 1566 - Gesualdo, 8 settembre 1613), è uno degli episodi più intriganti della storia italiana. Il compositore del XVI secolo è conosciuto non solo per la sua musica innovativa ma anche per il suo oscuro lato personale. Nel 1590, Gesualdo uccise sua moglie Maria d'Avalos e l'amante Fabrizio Carafa dopo averli scoperti in un presunto atto di adulterio. Il delitto è avvolto da molte controversie e misteri, sia per le circostanze che lo circondano che per le motivazioni dietro l'omicidio. Il Principe di Venosa non fu perseguitato legalmente per i suoi crimini, poiché l'omicidio coniugale era considerato accettabile in certi contesti aristocratici dell'epoca. La sua storia e il suo delitto sono diventati però leggendari nel corso dei secoli, contribuendo a creare un'aura di mistero intorno alla figura del compositore. La sua musica, altrettanto intensa e espressiva, è spesso associata alla sua tormentata vita personale. Gesualdo fu coinvolto in un processo. Tuttavia sembra che abbia goduto di una certa impunità a causa della sua posizione sociale elevata in quanto principe. Il processo in sé potrebbe non essere stato così dettagliato o documentato come alcuni altri eventi storici, ma l'episodio ha contribuito alla fama di Gesualdo da Venosa come figura dai tratti oscuri e misteriosi. La sua vita e le sue note continuano a intrigare gli studiosi e gli appassionati di musica classica. L'omicidio di sua moglie e del suo amante ha sicuramente influito sulla reputazione di Gesualdo da Venosa come principe e compositore. Ne seguì una vita piuttosto da recluso, concentrandosi sull'attività musicale e sulla costruzione del palazzo a Venosa. Le sue opere madrigali, in particolare, sono state spesso descritte come espressione dei tormenti interiori, ma la fama postuma è stata plasmata non solo dalla sua musica innovativa, ma anche dalla vita personale controversa. Il delitto ha contribuito sicuramente a creare un'aura di mistero e oscurità attorno al Principe, che ha suscitato l'interesse di numerosi studiosi e appassionati di musica nel corso dei secoli. La sua reputazione come compositore eccentrico e figura enigmatica è stata preservata attraverso gli anni, e oggi egli è spesso ricordato più per la sua vita tumultuosa. Con trascrizioni da manoscritti inediti. A.D. 1590.
44,00 €

Come piante parlanti

Come piante parlanti

Antonio Sasso

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2024

pagine: 80

«Cos'è questo libro? Dice l'autore che il desiderio di esternare il bello che il cosmo serba, ci costringe alla ricerca spasmodica di quanto la natura esprime, dai colori ai profumi, dai sapori alla serenità di cui è depositaria assoluta. Tanti tentativi vengono espletati per distruggere questo equilibrio dietro il miraggio del danaro e ci si dimentica che queste politiche non possono durare in eterno. La rigenerazione risiede purtroppo solo nell'immaginario e a nulla possono servire gli ibridi, tanto di moda oggi, o invenzioni e diavolerie varie. Palazzeschi si definiva uno «scrittore d'istinto e non di lettere» e nello scrivere questi racconti immaginari, ho pensato alle sue parole: il bello del creato non può essere legato a canoni o a mode, è troppo ingombrante e anche lì dove la vita comincia ad accusare paurosi vuoti, per scelte politiche, economiche e sociali, la natura è pronta a ricevere i giusti impulsi per riproporsi in tutto il suo vigore. Con tenerezza ho immaginato un viaggio fantastico, in punta di piedi e senza pretese» (l'autore)
20,00 €

Ravello nel 1755

Ravello nel 1755

Fabio Paolucci

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 144

Nel 2013, in occasione del Convegno di Studi: "Ravello nel Settecento: Chiesa, Società, Istituzioni", organizzato dall'Associazione per le Attività Culturali del Duomo di Ravello, Fabio Paolucci offriva un primo contributo d'insieme sugli aspetti socio-economici del territorio ravellese rivelati dallo studio del catasto onciario del 1755. Invero, l'accenno alla riforma attuata da Carlo III e al suo utilizzo come fonte storica relativamente al territorio della Costa d'Amalfi si riscontrano già dalla seconda metà del XIX secolo nelle opere di eruditi locali, a partire da quella che Filippo Cerasuoli dedicava alla Città di Majori. Nel definire gli incarichi che il Sindaco dell'Università distribuiva tra gli eletti, annoverava anche quello della formazione del catasto, in ordine alla predisposizione di bandi, ordini, inviti, processi verbali, fedi e attestazioni varie. In nota, poi, chiariva meglio la funzione dello strumento di rilevazione fiscale in questi termini: «Esiste tuttora il catasto del 1754, che dicevasi pure onciario, perché tassava per oncie (moneta) l'imponibile daziario: il quale catasto è un complesso, non tanto dello stretto suo significato, quanto del più esatto censimento, della più precisa statistica, e quasi un registro ipotecario ancora». Dopo alcuni anni, Matteo Camera, nel secondo volume delle Memorie storico-diplomatiche dell'antica Città e Ducato di Amalfi, ritornava sul catasto carolino, facendone menzione non solo in un "succinto ragguaglio" relativo all'imposizione del focatico, ma soprattutto nella narrazione delle vicende generali del Regno di Napoli nel corso del XVIII secolo. Infine, l'onciario veniva utilizzato dallo storico amalfitano a proposito del patrimonio boschivo del Comune di Scala, tassato nel 1754 «per annui ducati dugento e per legnami e carboni». Bisognerà, tuttavia, aspettare la metà degli anni Sessanta del Novecento perché il catasto onciario cominciasse a divenire un osservatorio privilegiato per la ricostruzione di alcuni particolari momenti della Costa d'Amalfi nel Settecento. Fu, appunto, un fortunato saggio di Franca Assante, La ricchezza di Amalfi nel Settecento, ad avviare un sistematico utilizzo del catasto per la definizione delle vicende demografiche e sociali, per l'individuazione delle categorie professionali e delle attività industriali del capoluogo costiero. Se tante sono le suggestioni stimolate dallo studio di questa fonte insostituibile, dobbiamo essere grati a Fabio Paolucci per avercelo nuovamente ricordato, magari con l'accorata esortazione di un collega riferita in anni lontani da Augusto Placanica: «Catasti! Catasti, ma andate a studiare i catasti!». Dott. Salvatore Amato
44,00 €

Prontuario di genealogia per iniziare a costruire l'albero genealogico di famiglia attraverso la ricerca in Archivio, Biblioteca, sui Registri Parrocchiali e Comunali

Prontuario di genealogia per iniziare a costruire l'albero genealogico di famiglia attraverso la ricerca in Archivio, Biblioteca, sui Registri Parrocchiali e Comunali

Fabio Paolucci

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 148

Questo testo ha lo scopo di servire da "guida" per chiunque voglia affacciarsi al mondo della ricerca genealogica, indicando la metodologia di ricostruzione genealogica da adottare ed i fondi archivistici da consultare. Muovendosi con destrezza tra archivi di Stato, archivi diocesani ed archivi parrocchiali, si giunge a ricostruire un albero genealogico "rigoglioso" e ricco di "rami", fino a riscoprire le "radici" - con buona dose di fortuna - nel XVI secolo, se non addirittura prima. Per la prima parte sono stati presi come esempio rami di famiglie, e per le successive sezioni sono stati presi come esempi documenti provenienti da archivi diocesani e parrocchiali. Dopo gli esempi pratici delle ricerche svolte, è necessario schematizzare in maniera esaustiva le fasi dell'indagine archivistica, rendendo in tal modo facile al lettore realizzare il proprio albero genealogico: Come cercare in casa propria fotografie e documenti e raccogliere dagli anziani di famiglia notizie degne di nota, come mettere per iscritto i nomi e le date raccolte, come fare ricerche su comuni e enti giusti, cosa richiedere in Archivi di Stato e cosa consultare dai registri statali e cosa in quelli parrocchiali, fra elenchi infiniti di battesimi, dei matrimoni e dei morti; stati delle anime. Infine come arricchire la ricerca genealogica con lo studio dei protocolli notarili, dei catasti onciari (centinaia di sunti sono stati pubblicati da Arturo Bascetta Editore) e di altri documenti, come ad esempio le corti baronali e le corti criminali. E' così possibile approfondire la ricerca su siti specializzati, e aumentare il proprio bagaglio di conoscenze allacciando rapporti con altri familiari, ricercatori e studiosi. E' questo in sintesi il lavoro di questa brillante guida, fiore all'occhiello delle pubblicazioni genealogiche in Italia, abilmente realizzata da chi ha esperienza d'archivistica come il professor Fabio Paolucci.
66,00 €

Il fiume Carapelle prima di Carapelle: fra Rocca Ordona e Palazzo Pantano nel Marchesato dei Campi Marini

Il fiume Carapelle prima di Carapelle: fra Rocca Ordona e Palazzo Pantano nel Marchesato dei Campi Marini

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 156

E' un testo con notizie inedite. Ecco gli argomenti. Castelvetere di Ripalonga Il Castelvetere dei Greci dato a Benevento Castelnovo Mello in Silva Ripalonga e S.Amato L'ex Contea Boviano, da Ripalonga a Toro I Castrametati di S.Stefano discesi dal Calore Toro, Cantalupo,Viano, Butticella e Harneto Baronia di Fenucolo a Montemarcone a Vetere S.Pietro a M. Marcone sede del gonfaloniere Giordano prende Marcone, perde Fiorentina Assedio di Templana al M.Sableta e Pelusia M.Calvello Ripalonga a Viano, Santa Sofia a Va-Yrano Civitate Biviano a S.Matteo e Civitatem Larino dei Campimarini Vairano è Portanova sul Candelaro: Urbiriano 2. urbiriano marchesato di nova La città Nova di Portanova futura Manfredonia Il Carapelle dalle sorgenti del Monte Rumolo L'Orta, Ordona sul Carapelle e Palazzo Pantano Urbiriano del Marchese e Urbiviano del Papa Aquadia e Larino nel Marchesato di Nova Malfrit fu Tasselgardo di Larino primo Marchese 3. neapola marchesato di m.s.angelo Via da Siponto per la nuova urbe: il Marchesato dei Templari Monte S.Angelo: Marchesato della Neapolis Trani Campimarini: Larino Contea usurpa Porto Yriano Vetere a Serra di Venacausa: Civitate Aquadia 4. nella contea imperiale d'apulia Le città del Pantano date dai papi a S.Sofia Chiese e luoghi del Pantano in bolle e diplomi Roberto II capo della Contea fino al rio Triolo di Lucera Vena Maggiore di Lesina, Gaudio di Larino Alarino su Venamajor: è contea di Lesina I toponimi in 100 anni di bolle beneventane Vena illiana in Serra Vetere è l'Isola Tremiti di Civitate Termoli Orsara ex dipendenza di Urbe Campo Marino I Campi Marini di Troia rifondati in Molise Nasce la provincia di Capitanata a Vicum S.Angelo degli Iliani Da Termoli alla Contea dell'Isola Vaticana Luoghi teramani: S.Agata e S.Nazario (Apricena) Il Principato «at Laureto» detto «Taureto» foggiano Laureto, il Marchesato di San Pietro a Castello 5. il giustizierato del principato Nel Pantano dei Campi Marini della Civitate di Termoli Nuova Termoli, ex Civitate Tremiti Tutto il Pantano con Termoli fino all'isola di Tremiti Il Giustiziario coi giudici della Capitanata Capitanata è Caput in Ate dell'antico consolato Atense I Giustizieri del Giustizierato Dove sono le Rocche e il Palazzo sul Carapelle? Il tenimento di Rocca Ordona e Palazzo Pantano Fiorentino era verso Borgo Celano e Molisio Porto a S.Scolastica sulla Via Vetere di Apricena Terra Calene, Sala, il Triolo, Torremaggiore Palazzo del Marchese presso S.Giovanni in Lamis Villanova, S.Lazzaro, l'Insula, Salzoburgo Bellovedere (Poggio I.), A Pricina e Consio Caprilio a Campaldo, S.Chirico e Carbonaria 6. foggia sede del «giustiziario» Giustiziario a Foggia contro Capitanata di Barulo S.Pietro Castello di Bassano in Foggia Templari nelle Paludi: il Marchesato de Umburch (Rumburg?) Civitate M.Sant'Angelo ex Rebus e Siponto col Monte Sacro w S.Giorgio Montecorvino a Colle Aidone, Ripa e S.Paolo 7. fra cerignola e barulo: il vicinato La Cidiniola dei romani fra Cerignola e Ortanova Torretta Samaricio a S.Margherita e Tressanti di Civitate Salpie col Pozzo del Sale I documenti di Civitate Salpie sita sulla via di Cannaro.
35,00 €

Presepolis. L'incantesimo dei pastori. Fiaba in versi napoletani

Presepolis. L'incantesimo dei pastori. Fiaba in versi napoletani

Gaetano Iodice

Libro

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 112

""Te piace 'o presepio?" Con questa iconica domanda, Luca Cupiello, alias Eduardo De Filippo, nell'intramontabile commedia "Natale in casa Cupiello" esorta più volte il figlio Tommasino, (Luca De Filippo) non solo a rispondere per ricevere un elogio e compiacersi del lavoro svolto nel riprodurre la commovente scena della natività, ma a riporre le proprie speranze d' uomo, afflitto dalle vicende famigliari, nella incoscienza fanciullesca, che trascende i malesseri della vita creando un "submondo" in grado di alleviare i dolori e le incertezze del piano esistenziale. La domanda stessa pone l'uomo dinanzi a un bivio da cui non può sottrarsi; Sei disposto a sacrificarti per amore, o preferisci voltare le spalle ai sentimenti, per il solo ego personale? Detto così, Luca Cupiello appare egoista, un uomo che discerne i problemi, ma finge di non vederli. In realtà il suo è un atto di fede, la fede in un bambino nato al freddo e al gelo in una grotta dimenticata dal tempo e dagli uomini, ma non da Dio, che intenerisce i cuori persino degli stolti. Luca è semplicemente un uomo umile e l'umiltà rende umani, ed il presepe è forse uno dei più tangibili atti d'umiltà intrapresi dall'uomo nel mondo artistico e soprattutto col presepe napoletano si è ripresa con prepotenza l'idea di un Dio incarnato in mezzo agli uomini, più di quanto la Chiesa stessa abbia mai saputo annunciare in due millenni di storia. Napoli e il suo popolo, con pregi e difetti, virtù, bellezze e nefandezze, Santi e peccatori, riuniti in una scena di vita quotidiana, mentre il Salvatore geme, sorride, piange, tra le braccia e il seno di Maria, pronto al sommo sacrificio che da li a pochi anni sarebbe inesorabilmente sopraggiunto. Chi ama il presepe quindi, non può che essere un uomo d'amore, (Luciano De Crescenzo docet) un uomo appassionato, sincero, semplice, che antepone avidità e cupidigia, all' amore per il prossimo, attingendo la propria gioia da questo intenso vortice di emozioni positive, scaturite dal donare più che dal ricevere. Presepolis nasce sotto la mia buona stella cometa, archetipo di quella inseguita dai magi, che ha viaggiato lungo l'arco della mia vita, consegnandomi frammenti di luce artistica: I già citati, Natale in casa Cupiello, il presepe napoletano, ed anche la Cantata dei pastori e pochi ricorderanno un film d'animazione datato 2003, Opopomoz, ambientato a Napoli, laddove due bambini tramite una formula magica, entrano in un presepe per sottrarre al diavolo il piano malefico di evitare la nascita del Divin Bambino. Ricordo una delle colonne sonore cantata da Peppe Barra, intitolata "Chesta felicità", felicità che viene e va e solo un uomo generoso può sperimentarne il senso profondo che prescinde dai beni materiali. Perfino il "Canto di Natale" di Charles Dickens ha lasciato in me i suoi proseliti, rinvenendo il commovente cambiamento avvenuto nel protagonista, Ebenezer Scrooge, che messo dinanzi al triste commiato della sua avida esistenza da tre spiriti, (del Natale passato, presente e futuro) si ravvede per redimersi e modificare il corso degli eventi. Sono vari e tutti interconnessi gli elementi fondanti di questa fiaba napoletana, lungi da me paragonarla ad una di queste o a ritroso, a quelle del Basile, ma ho cercato e ricercato per lunghi tre anni, uno stile tutto mio, che rendesse affascinante la storia, disponendo elementi dal sapore teatrale sette/ottocentesco, dai sentori Petitiani, volti a rendere la lettura leggiadra, spassosa, irriverente, finanche drammatica e di morale certamente Cristiana, nella quale mi riconosco fieramente."
20,00 €

Salerno imperiale. Dissertazioni

Salerno imperiale. Dissertazioni

Arturo Bascetta

Libro: Libro in brossura

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 170

Osservarlo ed ascoltarlo, già la prima volta, fu un tutt'uno e conseguenza del fatto rivelatorio. Un fluire incandescente di pensieri, sillabe, frasi e parole il manifestarsi del logos; come immaginavo avvenisse sotto i portici dell'Accademia di Atene, tra allievi frenetici e solenni cattedratici maestri. Come avveniva per le frequentazioni nel foro, da parte d'indomabili giureconsulti o di stupefacenti curiosi, arrivando ad rostra, estasiati davanti ad epigoni di un Cicerone o di un Ortensio e anche di Antonio Oratore. Fiammeggiare di perifrasi e splendore di metafore, con metonimie d'anguille viscide, similitudini lunghe come di treni, carichi di alabastri. Il divenire dei metri sui piedi della poesia, mutata in musica da miti viventi di arpe d'avorio o tube celestiali: scrivere per ogni artista della penna d'oca o di computer è un disco verde verso infiniti azzurri, spalancati da occhi viperini. La dolcezza di una chitarra, in mano a Garcia Lorca, un calendario sfogliato da Leopardi. Per Arturo Bascetta è dare ascolto alla voce di dentro, alla tarantola che gli rode le visceri. Un ineludibile comandamento dello spirito. Non so dove gli derivi, ma certamente Arturo ha la scorza dello storico. Presumo ambiziosamente la vocazione l'abbia colto, in qualche stellata pausa serale del suo soggiorno nei campi Flegrei, dove Virgilio è di casa, ma anche Omero è un fantasma di sogni ellenici. A sentire Croce, però, lo storico locale non ha bisogno d'ispirazione, né di modelli. È. Come Iddio e come la Musa Clio. Arturo dell'amore per i suoi paesi di montagne innevate o aspre rocce, di monconi e moncherini d'alberi, di capre lanose e di lupi accesi nel buio profondo delle notti ululanti, ne ha fatto una religione. Incanta con le sue argomentazioni, Arturo. Non solo bravo giornalista, testardo nel servire la sua devozione di pennaiolo che butta sudore e stenti per realizzarsi, ma anche storico e scrittore brillante. Non era nato a fare lo storico, vi dirà. Invece, sa di spacciare bugie. Egli è uno storico, da mandare in brodo di giuggiole anche il più asettico lettore, il meno influenzabile editore. Storico locale, urliamolo con Croce. Cioè vero storico. Gli altri ci guarderanno e ci commiseranno? Non lo credo. Perché il grande Frodoto incominciò con i logoi, che recitava, tutto compito e partecipe, ad Atene, finì con il diventare il massimo degli storici, insieme a Tucidide. Quest'ultimo più scrittore o narratore, meno storico/geografo/militare come l'autore delle lunghe battaglie di popoli di Ellade e di Asia, e dell'invasione persiana. Io, qualcosa, vorrei dirla per contrastare Arturo; «che ce lo troviamo dappertutto?» Per quanto riguarda però l'età moderna, ad andare a spulciare registri e documenti, Arturo Bascetta è capace di strabiliare, è veramente un folletto imprendibile. Gianni Race †
55,00 €

L'amante di re Alfonso D'Aragona: Gabriele Correale, il paggio di Sorrento

L'amante di re Alfonso D'Aragona: Gabriele Correale, il paggio di Sorrento

Arturo Bascetta

Libro: Libro rilegato

editore: ABE

anno edizione: 2023

pagine: 160

Lungi dalle intenzioni di tracciare un profilo su Alfonso I d'Aragona, conosciuto come il Magnanimo, ma questo testo vuole però contribuire a dare il giusto valore alla personalità del reale tanto amato per le sue virtù. Lo fa rispolverando qualche parabola del sovrano, a tratti intrisa di classicismi, a volte pregna di sarcasmo, ma sicuramente degna di un Re di tal portata. Per questo lo arricchisce l'appendice dedicata alle parabole alfonsine celebrate da uno storico come Domenichi. L'attenzione è tutta volta a un viaggio interiore, che scruta l'animo di un sovrano, volto alla bellezza e al bello delle cose, amato dalle donne, ma al quale, non sfuggì naturaliter una vera storia d'amore per il suo paggio, elevato a cavaliere, e perfino a nobile possessore terriero, sia per lo splendore del corpo, che per la dolcezza dei suoi modi gentili, propri delle persone che si lasciano amare. Ma a Re Alfonso, a dire di pochi, benché sottaciuto da molti, Gabriele Curiale, era piaciuto in carne e ossa, così come gli apparve, restandone rapito fin dal primo giorno, alla sfilata d'onore dell'entrata in Napoli, folgorato dal luccichìo del carro trionfale. Quel giorno il corpo di quel paggio divenne per lui un miraggio da vivere, da preservare, da osservare, ogni qual volta ne sentisse l'esigenza; e da amare, al punto da essere considerato un pezzo della propria vita, da cambiargli perfino il cognome di Curiale in Correale, perché Gabriele fu questo: un core-reale, il cuore del suo Re, fermo restando il suo grande amore per Lucrezia d'Alagno, che andrà a soppiantare tutti gli altri del 'giovanil' furore del neofita. Che il sovrano fosse attratto anche dalla bellezza maschile, insomma, sembra svelarlo lo stesso biografo Domenichi. Solo che, volontariamente o involontariamente, egli indica nei suoi scritti tante debolezze umane, in cui traspare da una parte un frenetico amore per i deboli, i poveri, gli ammalati, gli emarginati, insomma quasi francescano, e dall'altro l'essere circondato da stretti cavalieri, ritenuti di famiglia, ma spesso ragionando d'amore e di risentimento. Il piacere di ricevere attenzioni da Manetti, oratore fiorentino, è accentuato. Piccoli indizi che si ricavano dagli aforismi riportati da Domenichi, quale, ricordando che Cosmo de' Medici «voleua poco bene ad Alfonso», gli aveva donato le Deche di Tito Livio che non toccò perché «sospetto di veleno». La lite fra i paggi sul chi dovesse possedere la tazza dove bevve il Re e lo scatto sdegnato del sovrano, armato di pugnale nel rincorrere uno di essi, ricordano molto la morbosità amorosa dei fanciulli. L'eccesso di pietà mostrato per il corpo nudo del soldato genovese spiaggiato a Pozzuoli durante la guerra contribuisce a costruire una figura pia pervasa dai ricordi che esplode, in tutta la sua umana pietà, nel rivedere Sorrento, la patria donata all'amato giovanetto defunto. A questo punto il Re Magnanimo, il conquistatore di Napoli, l'eroe forte con i duri, mostra uno dei suoi lati migliori: il pianto. Alla vista della città più bella del mondo Alfonso non riesce a «guastarla» perché lì sono i suoi ricordi d'amore e lì «fu veduto spesso venirgli perciò le lagrime agli occhi». È su queste considerazioni che può essere letto l'amore sfegatato per un pezzo del suo cuore, quello che egli considerava la miglior parte di sé; quello corrisposto dal suo paggio fin dal giorno del primo incontro. Gabriele, questo il suo nome, sorrideva e gli sfilava accanto, senza mai mollare gli occhi di dosso. Egli giunse all'improvviso, nel bel mezzo della festa e della storia, proprio come fa solo un vero amore, inaspettato, ma non impossibile. Era esattamente ciò che piaceva al suo sovrano, come tutte le altre cose di gusto, apprezzate da un Re Magnanimo, colui che dona in continuazione, sapendo di non poter chiedere nulla in cambio.
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