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Libri di Giuseppe Governale

Radici di mafia. Dai bravi manzoniani ai picciotti dei Florio

Radici di mafia. Dai bravi manzoniani ai picciotti dei Florio

Giuseppe Governale

Libro: Libro in brossura

editore: Zolfo

anno edizione: 2025

pagine: 232

"Don Carlos d’Aragon, il governatore di Milano che nel 1583 diramò le prime “gride” contro i bravi, era di Castelvetrano, come Matteo Messina Denaro. Don Abbondio, il curato de I promessi sposi che si piega alla prepotenza, somiglia per ignavia a padre Pirrone, consigliere spirituale del principe di Salina ne Il Gattopardo. E ancora: Lucia Mondella, col suo matrimonio che “non s’ha da fare”, è un’ideale consorella di Franca Viola, la ragazza che ad Alcamo, nel 1965, rifiutò il matrimonio “riparatore” dopo il rapimento da parte di un rampollo di famiglia mafiosa. Fra Settecento e Duemila, così come fra nord e sud, è un gioco di rimandi e reiterazioni che fanno dubitare delle origini della mafia. Esempi di proto-mafia apparsi nel Settecento in Lombardia vennero stroncati dalle riforme di Maria Teresa d’Austria. Nel mezzogiorno, invece, quei fenomeni si sono andati consolidando, fino a trasformarsi nelle mafie che conosciamo dall’Ottocento. L’origine è un terreno fertile: la debolezza degli Stati – spagnolo, borbonico e italiano – incapaci di offrire punti di riferimento affidabili alle popolazioni del meridione. È nel vuoto dello Stato che si insinua la mafia, che ha storicamente occupato tutto lo spazio che le si lasciava a disposizione. Difficile dire se sia davvero nata in Sicilia: certo è che in Sicilia è stata lasciata prosperare. Questo libro è una ricostruzione rigorosa della surroga che lo Stato ha concesso alla criminalità organizzata nelle regioni del sud. Una delega non scritta che ha permesso alla mafia di avvelenare persino un’epoca apparentemente felice come quella dei Florio. E ancora, fino a oggi." (Roberto Alajmo)
18,00

Gli sbirri di Sciascia. Investigatori e letteratura, tra arbitrio e giustizia

Gli sbirri di Sciascia. Investigatori e letteratura, tra arbitrio e giustizia

Giuseppe Governale

Libro: Libro in brossura

editore: Zolfo

anno edizione: 2024

pagine: 144

Gli “sbirri” di Leonardo Sciascia, figure costantemente in bilico lungo la sottile linea tra arbitrio e giustizia. Giuseppe Governale esplora, attraverso un’analisi dei romanzi dello scrittore siciliano, i conflitti tra istituzioni e società, tra leggi e criminalità, mettendo in risalto la tensione morale che anima l’azione e la vita degli investigatori. Ogni indagine si trasforma in una sfida esistenziale per i protagonisti, sospesi tra l’arroganza e la protervia di un Matteo Lo Vecchio (“sbirro” infame per antonomasia) e il desiderio di verità e la frustrazione di sentirsi soli nella loro missione di tanti altri, come il capitano Bellodi e l’ispettore Rogas, non eroi classici, ma uomini tormentati, costretti a navigare in un mare di silenzi e complicità, in un contesto in cui spesso le regole non scritte prevalgono sulla legge formale. Le storie che ne derivano, dense di dubbi e coraggio, creano un racconto tanto intrigante quanto provocatorio. L’autore fa uso di una narrazione affascinante, che lascia intravedere la variegata umanità dei personaggi di Sciascia, molti dei quali ispirati dall’occasionale conoscenza del “capitano coraggioso” Renato Candida, un ufficiale che, forse anche inconsapevolmente, ha fornito allo scrittore di Racalmuto quei vagheggiamenti per interpretare le contraddizioni e le battaglie personali dei suoi investigatori. Come se una sorta di sliding door avesse indotto a scandagliare progressivamente, in chiave letteraria, il difficile rapporto tra il potere e chi è incaricato di esercitarlo. Soprattutto quando il confine tra legalità e ingiustizia diviene sfumato, perfino sfuggente. Prefazione di Marcelle Padovani.
16,00

Sapevamo già tutto. Perché la mafia resiste e dovevamo combatterla prima

Sapevamo già tutto. Perché la mafia resiste e dovevamo combatterla prima

Giuseppe Governale

Libro: Libro in brossura

editore: Solferino

anno edizione: 2021

pagine: 352

C'era bisogno davvero del pentimento del boss Tommaso Buscetta per convincersi della forza della mafia, quando esistevano già il rapporto del questore di Palermo Ermanno Sangiorgi di fine Ottocento e quello degli anni Settanta del generale dei carabinieri dalla Chiesa? Perché quei documenti non portarono a una reazione pronta dello Stato? Che rapporto si è creato nel tempo tra la mafia e le istituzioni più inerti e accidiose, e come possiamo rimediare oggi a errori e ritardi? A rispondere a questa e molte altre domande è Giuseppe Governale, a lungo ai vertici del Ros e della Dia, che spiega in queste pagine come e perché ha prevalso troppo a lungo la convivenza con il fenomeno criminale, e poi la «cultura dello zero a zero» della classe dirigente nazionale. Come se lo Stato avesse paura di vincere, non fosse per lo sforzo di molti rappresentanti della magistratura e delle forze dell'ordine, quanto meno dagli anni Ottanta in poi. Una ricostruzione lucida e ardente della lotta alla criminalità organizzata tra storia e attualità, tesa a evidenziare le vulnerabilità e gli aspetti culturali e di soft power che alimentano le mafie, ma anche a rilanciare con passione l'impegno del Paese e dei suoi cittadini contro uno dei suoi nemici più insidiosi.
19,00

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